Domenica 18 Novembre 2018
   
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Epistolario delle origini - Lettera a Giuseppe Caifa

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Con un malcelato timore mi rivolgo al titolare della somma autorità teocratica del popolo degli Ebrei. Ricordo che dopo la risposta data dall’imputato Gesù di Nazareth circa la pubblicità della sua azione di insegnamento nella sinagoga e nel tempio, un servo di tuo suocero Anna, che precedentemente aveva occupato la prestigiosa carica, lo ha violentemente colpito con uno schiaffo; gesto che ha provocato la reazione del mite profeta di Galilea: “Se ho parlato male, dimostra dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18, 23). La notevole distanza di secoli mi assicura l’incolumità anche senza evitare il rischio di essere raggiunto da una tua sentenza di maledizione.

Del resto la lunga permanenza alla guida del sinedrio prima di tuo suocero Giovanni, meglio conosciuto con il diminutivo di Anna, negli anni 6-15 d. C. e dei suoi figli, ai quali sei subentrato nell’anno 18, con l’approvazione del governatore della Giudea Valerio Grato, e hai formato con il tuo prestigioso predecessore una diarchia, rimanendo in carica fino all’anno 36mi dicono del tuo prestigio.  Questa tua famiglia, che monopolizza il potere religioso e costituisce una vera consorteria o “associazione a delinquere”, non posso fare a meno di definirla una “famiglia mafiosa” in ambito religioso.

Mi si fa notare che il tuo nome originario è Giuseppe cui è aggiunto il patronimico “Kaifa” che significa “roccioso” ed ha la stessa radice ebraica di “Cefa” cioè di “pietra” il nome dato da Gesù al suo apostolo Simone figlio di Giovanni. Strana coincidenza la stessa radice semantica per indicare il giudice che condanna il profeta di Nazareth e per indicare la guida del collegio apostolico, da cui si origina la Chiesa.

Mi rendo conto che l’ufficio di capo del Sinedrio ti pone in relazione, non sempre serena, con i detentori del potere politico in Israele, sia quello effettivo della potenza di Roma, il cui titolare è il prefetto della Giudea Ponzio Pilato, sia quello regale, abbastanza onorifico, dei discendenti del re Erode il Grande. Per durare in carica tanti anni devi essere una vecchia volpe della politica, capace di rischiosi equilibri tra le pretese dell’imperatore di Roma, per fortuna molto spesso limitate alla riscossione di pesanti tributi, le velleità di indipendenza del re Erode Antipa e le esigenze di un popolo dalla antica e genuina religiosità che si riteneva “il popolo eletto”. Ripensando alla situazione politica del tuo tempo mi viene in mente l’immagine di un tripode dal constante instabile equilibrio: Erode Antipa – Ponzio Pilato – Giuseppe Caifa.

Del resto era particolarmente gravoso conciliare le diverse anime dello stesso sinedrio “consiglio dei notabili”, che risiedeva in Gerusalemme: “Quella degli anziani, che rappresenta l’aristocrazia laica, e sono in gran parte sadducei; quella degli arcipreti usciti dalle quattro famiglie nelle quali generalmente si scelgono anche i grandi pontefici; anch’essi sono dei sadducei. E infine la classe degli scribi o dottori della legge, che per lo più appartengono al partito dei farisei” (cf Victor Loupan-Alain Noel, Inchiesta sulla morte di Gesù, Edizioni San Paolo, Milano 2007, p. 153)  L’orientamento politico di questi tre gruppi è quanto mai diverso: “Da un lato ci sono quelli che individuano il loro interesse di classe nella collaborazione con l’occupante; dall’altro quelli che cercano il modo di preservare (se non rifondare) l’identità nazionale. Detto in altri termini, a destra c’è l’alleanza conservatrice della casta degli arcipreti e della classe degli anziani con i colori del sadduceismo. A sinistra il gruppo rifondatore  degli intellettuali militanti, essenzialmente farisei” (Idem, o. c.,  p. 157).

La storia, recuperata  da Cesaremaria Glori nel suo saggio “La passione di N. S. Gesù Cristo” (ed. Fede e Cultura, Verona 2012, ricorda alcuni nomi: nella classe dei sacerdoti oltre al tuo suocero Anna che è in carica come sommo sacerdote dal 6 al 15 d. C. scelto dal prefetto Quirino, ci sei tu, ineffabile Caifa che detieni la suprema carica dal 25 al 36 e sei in buoni rapporti con il prefetto della Giudea Ponzio Pilato. A questo gruppo appartengono i tuoi cognati: Eleazaro, Gionata, Teofilo, Mattia e Anano e poi ancora Ioazar, figlio di Simone Boeto, suocero di Erode, Eleazaro e Simone due figli di Simone Cantrero, Giosuè Ben Siè, Ismaele Ben Fabi, Simone Ben Camite. A questi si devono aggiungere Giovanni e Alessandro (nominati negli degli Apostoli) e ancora Anania Ben Nebedai, Kelkia, Sceva.

Nella classe degli anziani (a tendenza sadducea) si ricordano: Giuseppe di Arimatea, Nicodemo, Ben Chalba Scehboua, Ben Tsittsit Haccassatt, Simone che si oppose in giudizio al re Erode Agrippa, Doras Ben Giovanni, Doroteo Ben Nathanaele, Tryfone Ben Theudion, Cornelio Ben Cerone.

Tra gli scribi si fanno i nomi di: Gamaliele (maestro di Saulo), suo figlio Simeone e Onkelos, discepolo dello stesso Gamaliele, Jonata Ben Uziel, samuel Kakkaton che si dichiara nemico implacabile di Cristo, Chanania Ben Chiskia, Ismael Ben Eliza, Rabbi Zadok, Jochanan Ben Zakkai, Abba Saul, Rabbi Chanania, Rabbi Nachum Halbalar, Rabbi Simeon isc Hammispa.

Mi sembra strano il fatto che il sinedrio, da te presieduto e di cui tuo suocero Anna rimane l’eminenza grigia, non abbia espresso nessuna condanna nei confronti dei secessionisti esseni che hanno la loro roccaforte a Qumran, con loro testi sacri, con loro riti religiosi (specialmente quelli battesimali) con il loro calendario delle feste. Anche nei confronti della predicazione di Giovanni il battezzatore, iniziata nell’anno 26/27 d.  C., che Luca segnala come “l’anno quindicesimo del regno di Tiberio Cesare” (Lc 3, 1),  non c’è stata nessuna censura. Eppure la sua era una predicazione apocalittica che auspicava il crollo del vecchio sistema in attesa dell’opera purificatrice del Messia che “con l’accetta stava già alla radice dell’albero” (Mt 3, 10; Lc 3, 9). Anzi il sinedrio non ha aperto bocca dinanzi  alla sua cattura e prigionia nella fortezza di Macheronte e infine  alla sua decapitazione comandata da Erode Antipa dietro suggestione della compagna Erodiade,. Eppure la voce popolare indicava Giovanni come un profeta di Dio. Superficialità nel giudizio morale  da parte tua o strategia politica d’intesa con gli altri centri di potere?  

Fin quando l’azione profetica di Gesù di Nazareth si svolge nella lontana Galilea, voi a Gerusalemme avete dormito sonni tranquilli. Si celebravano regolarmente le festività annuali e il tempio era molto frequentato. Tutto al più hai dovuto affrontare con consumata diplomazia gli screzi con il prefetto della Giudea Ponzio Pilato che da Cesarea Marittima se ne veniva in Gerusalemme con i labari imperiali oppure faceva innalzare sul palazzo di Erode Antipa gli scudi dorati. Hai alzato la voce contro la sua pretesa di sequestrare parte del tesoro del tempio per costruire l’acquedotto. Direi  2roba di ordinaria amministrazione” in un paese dalle forti tradizioni religioso occupato da una potenza straniera che ai tuoi occhi era pur sempre pagana.

Quando però hai avvertito insieme agli altri membri del Sinedrio la portata religiosa e politica della predicazione del rabbi Gesù di Nazareth ti sei allarmato e  dopo il clamore suscitato dalla risurrezione di Lazzaro avvenuta nella vicina Betania (Gv 11, 1-44) hai posto con crudezza il problema religioso-politico. Tutti siete stati d’accordo nel grave rischio costituito dalla provocazione di Gesù: “Che cosa facciamo? Questo uomo compie molti segni! Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il luogo e la nazione”. Non tanto una preoccupazione di natura religiosa quanto di sicurezza politica. E tu con spietata logica politica hai dato la tua soluzione: “Voi non capite niente, né vi rendete conto che è più vantaggioso per voi che muoia un silo uomo per il popolo e non perisca tutta la nazione” (Gv 11,49-50). L’evangelista Giovanni alla luce di quanto accaduto dopo e ha rilevare la portata profetica della tua definitiva soluzione politica commenta: “Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote in quell’anno, profetizzò che Gesù stava per morire per la nazione, e non soltanto per la nazione soltanto, ma anche per radunare insieme nell’unità i figli dispersi di Dio.” (Gv 11, 51-52) Gesù avverte il pericolo di una sua possibile cattura  e con i suoi si ritira nella città di Efraim mantenendo un atteggiamento di prudente riserbo.

Quello che fa traboccare il vaso è l’episodio dell’ingresso trionfale di Gesù nella città di Gerusalemme e la sua aperta rivendicazione del titolo di discendente del re David espressa nelle acclamazioni dei suoi seguaci: Osanna ! Benedetto colui che viene nel nome Signore, il re d’Israele” e sottolineata dall’uso della cavalcatura rituale secondo la profezia di Zaccaria: “Non temere , figlia di Sion! Ecco, il tuo re viene, seduto sopra un puledro d’asina” (Gv12, 12-15). La reazione del partito dei farisei, forse più attenti ai risvolti religiosi dell’azione di Gesù, è quanto mai decisa: “Maestro, fa’ tacere i tuoi discepoli” e ti hanno riferito forse che la replica è stata quanto mai provocatoria: “Vi dico che se taceranno costoro, si metteranno a gridare le pietre” (Lc 19, 40).  Non puoi sottovalutare lo scompiglio che Gesù ha provocato con la sua improvvisa irruzione nel tempio quando ha mandato all’aria i tavoli dei cambiavalute e i recinti degli animali e più ancora il segno di potenza nei confronti del cieco nato che hai dovuto affrontare in un sommario processo con l’interrogare i testimoni e anche i genitori dell’infelice (Gv 9, 1-41). Più ancora ti sei irritato dalle sue parole dirette sulla precarietà del culto del tempio: “Di questo tempio non rimarrà pietra su pietra…Distruggete questo tempio e in tre giorni lo riedificherò” (Mc, 13, 1-2; Mt 21, 12-1). Hai sollecitato la complicità dell’ingenuo Giuda Iscariota e in prossimità della Pasqua dell’anno 30 d. C. hai dato l’avvio alla soluzione della questione Gesù di Nazareth. Una repentina e silenziosa azione notturna delle guardie del tempio, forse sostenute dalla protezione di una coorte di legionari romani, porta alla cattura di Gesù di Nazareth nel giardino del Getsemani. Egli ha appena celebrata la cena pasquale utilizzando il rivoluzionario calendario solare in uso presso gli esseni di Qumran, e siamo nella serata del 4 aprile del 30 d. C. Nella nottata il prigioniero è portato nella casa di tuo suocero Anna e si procede ad un primo sommario interrogatorio. Nel cortile intanto si erano raccolti i servi ai quali non sfugge la presenza tra di loro di Simone di Betsaida che svolge il suo mestiere di pescatore a Cafarnao dove ha una casa localizzata nei pressi della sinagoga. Tuo suocero Anna  ha rivolto a Gesù le domande intese a conoscere meglio la situazione e cioè sui suoi discepoli e la dottrina che predicava alle folle. La risposta che ha ricevuto è quanto mai esplicita e serena, lontana dalla prudenza diplomatica: “Io ho parlato apertamente al mondo. Io sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove si radunano tutti i Giudei, e di nascosto non ho mai detto nulla. Perché mi interroghi? Interroga coloro che mi hanno ascoltato, che cosa ho detto loro. Ecco, essi sanno ciò che ho detto”. Una delle guardie reagisce e colpisce con violenza il prigioniero: “Così rispondi al sommo sacerdote?”. Ancora una difesa ragionevole nella risposta della vittima: “Se ho parlato male, dimostra dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18,12-23).

 

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