Venerdì 16 Novembre 2018
   
Text Size

Epistolario delle origini - A Giuseppe Caifa (parte seconda)

caifa_gesu

E’ un po’ difficile scagionarti dall’accusa di aver violato le norme dei processi penali registrati nella Mishna. Il Sinedrio deve tenere le sue riunioni alla luce del sole e se emana una sentenza di morte questa deve essere ratificata in una seconda seduta da tenersi a distanza di ventiquattro ore sempre alla luce del sole. Se nel risolvere il processo contro il Nazareno non hai osservato queste norme fondamentali allora sei colpevole di un vero assassinio legale. Nella mattinata del 5 aprile hai riunito il sinedrio nella aula della pietra quadrata e ti sei confrontato con Gesù di Nazareth. Non gli hai contestato solo l’azione di irruzione nel tempio ma la sua interpretazione che poteva prefigurare la minaccia che il culto del tempio aveva i giorni contati e più di tutto la sua pretesa, non tanto velata nei gesti e nelle parole, di svolgere un ruolo messianico.  Hai trovato alcuni falsi testimoni e hai avviato il processo sulla questione del tempio: “L’abbiamo sentito  noi mentre diceva: Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne ricostruirò un altro, non fato da mani di uomo” (Mc 14, 58). Sulla scorta delle affermazioni di testimoni sei entrato sullo zoccolo duro del processo: “Se tu sei il Cristo, dillo a noi!” e hai ricevuto una risposta decisa: “Anche se ve lo dico non mi crederete. Se invece vi interrogo, voi non mi risponderete. Ma d’ora in poi il Figlio dell’uomo sederà alla destra della potenza di Dio”. Ti avrebbe fatto comodo trovarti dinanzi a un Messia che ti agevolasse il confronto anche armato con i Romani, ma intuire che Gesù detto il Cristo rivendicasse un’altra identità più profonda ti ha fatto porre la domanda decisiva: “Tu dunque sei il Figlio di Dio?” La risposta è stata ancora una volta chiara: “Voi dite che io lo sono. Anzi io dico a voi: fin da ora vedrete il Figlio dell’uomo sedere alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo”. Non hai potuto fare a meno di esprimere la tua ira, stracciandoti le vesti e gridando: “Ha bestemmiato. Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco proprio ora avete udito la sua bestemmia. Che ve ne pare?” E la sentenza, nonostante le rimostranze di Giuseppe di Arimatea, di Nicodemo e di qualche altro, è stata: “E’ reo di morte”. Così hai concluso il processo religioso e hai lasciato il condannato nelle mani dei tuoi servi e delle guardie del sinedrio che lo hanno schiaffeggiato e poi provocato: “Profetizzaci, o Cristo, chi ti ha percosso?”.

Purtroppo la sentenza di morte pronunciata dal sinedrio non può essere eseguita perché il prefetto della Giudea si è riservato lo jus gladii, il diritto di verificare l’operato del tribunale sinedrita ma più ancora di eseguire le sentenze capitali.Tu insieme a tuo suocero Anna capite che la vostra sentenza per soli motivi religiosi non sarà mai accettata dallo scaltro Ponzio Pilato e allora ricorrete al classico escamotage di cambiare le carte in tavola. Con lo scrupolo di osservare la purità rituale e così mangiare la Pasqua, vi presentate, nella mattinata del 5 aprile,  sulla soglia del pretorio, ospitato nella fortezza della Torre Antonio e chiedete una rapida ratifica del vostro operato e quindi l’esecuzione della sentenza capitale. Ponzio Pilato è una vecchia volpe e ad un primo sommario sondaggio si accorge del vostro inganno e vi dichiara con esplicita chiarezza: “Io non trovo in lui nessuna colpa di cui voi lo accusate.” Con la tua consorteria hai deciso di giocare la carta della presunta regalità e Ponzio Pilato ha posto la domanda relativa: “Sei tu il re dei Giudei?! La risposta è stata quanto mai evasiva: “Tu lo dici”.

Di fronte al tentennamento del prefetto, e all’azione diversiva di far entrare in gioco il re Erode Antipa, nel giorno 6 aprile hai capito che rimaneva una sola via di uscita per chiudere la partita: il ricorso alla folla. La piazza ha reso vano il tentativo di Pilato di proporre la scelta tra Gesù e Barabba. Nella notte il prefetto ha ancora una volta riflettuto sul caso del Nazareno, anche per il suggerimento della moglie. Nella ripresa del processo nella mattinata del 7 aprile, nonostante la flagellazione dell’imputato da una folla, esagitata ad arte, si è levato il grido: “Crocifiggilo!”. E Pilato ha  protestato: “Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nessuna colpa che meriti la morte. Perciò lo farà frustare e poi lo lascerò libero”. (Lc 23,22) e allora hai calato la carta vincente: “Se tu liberi costui non sei amico di Cesare. Chiunque si fa re, si oppone a Cesare”. Non è stato facile piegare Ponzio Pilato  che chiede con sarcasmo: “Devo crocifiggere il vostro re?” e la marmaglia ha gridato: “Non abbiamo altro re che Cesare”. Finalmente il prefetto con il plateale gesto di lavarsi le mani ha chiuso il processo pronunciando la sentenza di morte per crocifissione.

Tu non hai digerito il testo del titolo posto sulla croce: “Gesù Nazareno Re dei giudei” e hai espresso la tua riserva diplomatica che non ha avuto successo perché Pilato ha risposto laconicamente: “Ciò che ho scritto ho scritto!” Forse hai avuto il pudore (??!!) di non recarti sull’altura del Golgota per assistere alla morte di Gesù di Nazareth. Certamente d’intesa con tuo suocero Anna hai formulato la richiesta allo stesso Ponzio Pilato  di legionari a guardia del sepolcro è stata respinta questa volta con decisione. (Mt 27, 62-66)

La sorpresa delle voci della mattina del primo giorno dopo il sabato con il sepolcro vuoto e l’evento della risurrezione del crocifisso hanno provocato una tua reazione ancora al limite della diplomazia: pagare il silenzio delle guardie che sorvegliavano il sepolcro e assicurarle  sulla loro incolumità dinanzi ad un eventuale processo da parte del prefetto (Mt 28, 11-14).

Ricompari agli inizi del libro degli Atti degli Apostoli, scritti da S. Luca, insieme ai tuoi compari Anna, Giovanni ed Alessandro impegnato a limitare l’azione di annuncio del vangelo di quel Gesù che in anni passati tu avevi condannato a morte (At 4, 5-6).

Una ultima nota a riportarti agli onori della cronaca è stata la scoperta nell’anno 1990 di una grotta che conservava gli ossari della famiglia “Caifa” e precisamente l’ossario n. 6 con la scritta anteriore “Jehosef bar Kafa” e quella posteriore “Yehosef bar Kayafa”.  La presenza tra gli altri dello scheletro di un uomo di circa sessant’anni ha fatto ipotizzare il ritrovamento dei tuoi resti mortali. Tra gli oltre  1000 ossari rivenuti in Palestina questo è il solo che fa riferimento a te Giuseppe Caifa, il protagonista di una storia umana di potere e di religione segnata dalle orme del profeta Gesù di Nazareth che tu hai condannato a morte con la complicità del prefetto di Giudea Ponzio Pilato ma la cui tomba è trovata vuota alle prime luci dell’alba del primo giorno dopo il Sabato, perché egli è risorto.

Aggiungi commento

rispettando il regolamento http://regolamento.lavocedelpaese.it/

ULTIMI COMMENTI