Domenica 19 Novembre 2017
   
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Epistolario delle origini - A Simone, figlio di Giovanni

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Considerando il tuo abituale lavoro di pescatore non posso fare altro che indirizzare la mia lettera alla cittadina di Cafarnao sulle rive del lago di Kinnereth, che pomposamente gli abitanti delle rive chiamato “mare di Galilea”.

Penso ancora che il dialogo epistolare con te permetterà di andare veramente alle origini delle storia pubblica di Gesù di Nazareth. Di questa storia tu ne hai tracciato un rapido riassunto nel primo discorso tenuto nel giorno di Pentecoste (cinquanta giorni dopo la Pasqua di Risurrezione) con iniziale timore ma anche con il coraggio dello Spirito Santo che nella sala superiore aveva illuminato la mente di voi Undici e riscaldato il vostro cuore, dopo aver fatto tremare le mura della casa che vi ospitava.

Voi, Giudei, e abitanti tutti di Gerusalemme, fate attenzione a ciò che sto per dire e porgete l’orecchio  alle mie parole … Uomini d’Israele, udite queste parole: Gesù il Nazareno fu un uomo accreditato da Dio presso di voi con prodigi, portenti e miracoli, che per mezzo di lui il Signore operò in mezzo a voi, come voi ben sapete; Dio, nel suo volere e nella sua provvidenza, ha permesso che egli vi fosse consegnato; e voi, per mano di empi senza legge, lo avete ucciso inchiodandolo al patibolo. Ma Dio lo ha risuscitato, liberandolo dalle doglie della morte; poiché non era possibile che la morte lo possedesse …. Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo questo Gesù che voi avete crocifisso”. (At 2, 14-36).

E certamente ricordavi l’entusiasmo con il quale avevi accolto la scoperta fatta da tuo fratello Andrea, il quale alle ore sedici di quel giorno, ascoltando l’indicazione di Giovanni Battista, insieme al giovane Giovanni, figlio di Zebedeo, aveva fatto esperienza del giovane rabbì Gesù di Nazareth. Andrea ti aveva invitato ad incontrarlo e sei stato accolto in modo indimenticabile perché subito ti ha cambiato il nome “Tu sei Simone, figlio di Giovanni. Ti chiamerai Cefa, che si traduce Pietro,[ perché su questa pietra edificherò la mia chiesa] (Gv 1, 42). E così è iniziata la tua avventura con lui. 

Un altro giorno ti ha sorpreso durante il lavoro di pescatore e ti ha chiesto di far uso della tua barca per parlare alla folla che si accalcava per ascoltare la sua parola per ricevere da lui la guarigione ed erano ammalati, lebbrosi, ciechi e storpi…

Dinanzi alla malattia della tua suocera  mentre uscivate dalla sinagoga lo hai invitato ad una visita e la donna, subito guarita, ha diretto da par suo le operazioni dell’ospitalità più cordiale e devota. Tu non hai potuto offrirgli che la tua povera casetta di Cafarnao e preparargli magari del pesce arrostito che egli ha certamente gradito. Intanto si era diffusa la voce della sua presenza in casa tua: “Venuta la sera, quando il sole fu tramontato, gli conducevano ogni sorta di malati e di indemoniati. Tutta la città si era raccolta davanti alla porta” (Mc 1,32). Hai fatto fatica ad assicurare al tuo ospite un po’ di riposo e la mattina sei rimasto sorpreso dalla sula levata mattutina e della sua preghiera solitaria. Tu, sincero nella tua devota amicizia, gli hai detto: “Tutti ti cercano” e hai ricevuto una risposta che ti ha del tutto spiazzato: “Andiamo altrove, nei villaggi vicini, per predicare anche là. Per questo, infatti, sono uscito.”(Mc 1, 38)

E lo hai accompagnato, insieme ad Andrea Giovanni e Giacomo, in un primo giro apostolico nella regione della Galilea e posi siete tornati a Cafarnao dove la tua casa questa volta è stata messa a soqquadro dall’arrivo di un paralitico accompagnato da quattro portatori. Non potendosi avvicinare a Gesù a causa della folla che faceva ressa sulla porta hanno trovato la via nuova di passare attraverso il tetto che avevano rimosso. Gesù ha avvertito il loro forte senso di fede e ha avviato il dialogo in modo inconsueto e provocatorio: “Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati”. E agli scribi che lo sospettano di bestemmia perché solo Dio può rimettere i peccati, il maestro con intelligenza li ha messi dinanzi ad un dilemma: “Perché pensate tali cose nei vostri cuori? Che è più facile dire al paralitico: “Ti sono rimessi i tuoi peccati” oppure dire “sorgi, prendi il tuo lettuccio e cammina”? e a prova del potere che egli aveva di rimettere i peccati, Gesù si rivolge all’ammalato e gli comanda: “Dico a te: sorgi, prendi il tuo lettuccio e vattene a casa”. La conclusione dei presenti stupefatti è una sola: “Non abbiamo mai visto nulla di simile” (Mc 2, 1-12).

Ti sei ancora meravigliato quando Gesù ha rivolto la sua attenzione all’esattore delle tasse Matteo-Levi e lo ha invitato a unirsi a lui. Beh quel Matteo non era proprio un tuo amico per il mestiere odioso che faceva nell’interesse dei romani che pretendevano il pagamento di tasse esose. E forse con Gesù sei stato anche suo ospite, suscitando le aspre critiche degli scribi che tu hai ascoltato e forse hai riferito allo stesso Gesù.  Hai sentito da lui  una parola di misericordia: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma gli ammalati. Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mc 2, 13-17). Lo hai accolto con sincera amicizia e certamente avrai apprezzato più tardi il suo impegno nel redigere il vangelo per la prima comunità cristiana palestinese.

Non puoi dimenticare quando siete stati invitati da Giairo, capo della sinagoga di Cafarnao, a salire nella stanza dove era la defunta figlia dodicenne distesa sul letto e hai sentito le parole “Talithà kum” che ti sono rimaste nella mente e che hai trasmesso al tuo caro Giovanni Marco, che ne ha riferito nel suo vangelo scritto per i cristiani di Roma negli anni cinquanta (Mc 5, 41).

Quanti ricordi legati al grande lago di Kinneret formato dal fiume Giordano a metà strada prima di andare a finire nel mar Morto! Eri al lavoro con gli altri della cooperativa di pesca formata con la famiglia di Zebedeo e Gesù che passava ha rivolto il suo invito a te, a tuo fratello Andrea e anche a Giovanni e Giacomo. Avete lasciato le barche e l’anziano Zebedeo e l’avete seguito. Poi insieme a lui vi siete avventurati nelle ore serali sulle infide onde  per passare all’altra riva.  Mentre tu e gli altri lottavate contro il lago in tempesta il maestro Gesù stanco si era appisolato. Lo avete svegliato gridandogli: “Maestro, non t’importa nulla che periamo?” ed egli si è confrontato con le forze scatenate della natura: ha sgridato il vento e ha comandato al mare: “Taci! Calmati!” (Mc 4, 35-41). Attraverso questi segni Gesù vi accompagnava sulla strada non facile della fede in lui quale Cristo e Signore.

Dopo la breve e infruttuosa visita a Nazareth durante la quale anche egli ha fatto la verifica del proverbio riassunto in questa espressione: “Non c’è nessun profeta che sia disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi aprenti e nella sua casa” (Mc 6, 1-5), insieme ai tuoi compagni hai fatto la prima esperienza apostolica e hai scacciato i demoni, hai curato i malati e questi guarivano. In tuo personale stupore è cresciuto davanti alla prima moltiplicazione dei pani necessari per sfamare la gente che vi seguiva (Mc 6, 34-44).   

Con una battuta dire che Gesù sul lago di Tiberiade ti ha dato una prima lezione teorico-pratica del moderno wind-surf, quando ti ha invitato a camminare sulle acque a provare la sua identità. L’instabilità del liquido pavimento e poi quell’acqua che ti saliva alla gola! Hai gridato a lui: “Signore, salvami!” ed egli ti ha afferrato la mano e ti ha detto con amorevole rimprovero: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” e con gli altri hai risposto: “Veramente sei Figlio di Dio” (Mt  14, 22-33).

Vorrei chiudere questa prima lettera ricordando due episodi di cui sei stato testimone e protagonista. Il primo avviene durante il trasferimento verso l’alta Galilea. Tutta la comitiva del maestro Gesù si sposta da Cafarnao verso la città di Cesarea di Filippo e durante il tragitto si avvia una inchiesta provocata dalla domanda: “Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo”. Gli avete riferito quanto di vostra conoscenza: “Chi dice che sia Giovanni il Battista, chi Elia, chi Geremia o uno dei profeti!. Gesù non si accontenta ed insiste: “Ma voi chi dite che io sia?”. Tu hai preso la parola e, a nome di tutti, hai confessato: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Ancora una risposta del maestro che si è stampata non solo nella memoria ma nel cuore: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il padre mio che è nei cieli. Io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. Ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che avrai legato sulla terra resterà legato nei cieli e tutto ciò che avrai sciolto sulla te3rra resterà sciolto nei cieli” (Mt 16, 13-19)

Hai  una confidenza unica con il maestro e questo ti autorizza a confrontarti con sincerità e anche audacia. Quando Gesù manifesta che nell’andata a Gerusalemme si sarebbe realizzata la conclusione della sua avventura, perché dovrà soffrire molto da parte degli anziani, sommi sacerdoti e scribi e che dovrà essere messo a morte, ma il terzo giorno risorgerà, tu hai cercato di dissuaderlo: “Dio te ne guardi, Signore! Questo non ti accadrà mai!”. E ha ricevuto la risposta che ancora ti brucia perché Gesù ti ha apostrofato chiamandoti “satana”, perché gli eri di inciampo e i tuoi sentimenti non erano quelli di Dio ma degli uomini. (Mt 16, 21-23).

Il secondo avviene, sei giorni dopo, durante la vostra salita la monte Tabor. Era la montagna dalla quale era scesa la profetessa Debora  con Barak con diecimila soldati delle tribù di Neftali e Zabulon per sconfiggere l’esercito del re cananeo guidato da Sisara (Gdc 4, 1-15) Gesù è accompagnato da te, Giacomo e Giovanni e durante la preghiera appare la sua gloria: la sua faccia diventa splendida come il sole e le sue vesti candide come la luce. Lo affiancano Mosè ed Elia in un dialogo celeste. Tu non puoi fare a meno di esprimere la gioia e la sorpresa: “Signore, è bello per noi stare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e un’altra per Elia”. E poi dalla nube splendente ascolti la voce del Padre: “Questi è il mio figlio diletto nel quale ho posto la mia compiacenza: ascoltatelo!”. Il terrore della presenza divina vi fa cadere con la faccia a terra, ma Gesù con un gesto amichevole vi dice: “Alzatevi, non temete!” e vi raccomanda di mantenere il segreto circa la sua identità rivelata fino a che il Figlio dell’uomo non sarà risorto da morte. (Mt 17, 1-9)

A ripensarci ti viene spontanea la domanda che hai posto a Gesù dopo l’episodio  del giovane ricco: “Ecco: noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito; cosa ne ricaveremo?” E ad acquetarti egli ti risponde con una prospettiva nuova come è il suo vangelo del regno rispetto alla vecchia legge mosaica: “In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o compi a causa mia e del vangelo, il quale non riceva ora, nel tempo presente, il centuplo in case, fratelli, sorelle, madri, figli e campi insieme alle persecuzioni, e la vita eterna nel secolo futuro. Intanto molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi” (Mc 10, 28-31).

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