Martedì 21 Novembre 2017
   
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Epistolario delle origini - A D. Fernando - Fra Antonio

santantonio

Nell’intestazione ho riportato i due nomi che caratterizzano due fondamentali periodi della tua vita, quello lusitano - agostininano (D. Fernando) e quello patavino-francescano (Fra Antonio).

Indirizzo questa mia lettera all’arca di marmo, che sin dal lontano 1231 accolse il tuo corpo  nella chiesa di Santa Maria Mater Domini e che nel1263 alla presenza del Ministro generale S. Bonaventura da Bagnoregio fu definitivamente composta nella grande basilica che la città di Padova ha elevato in tuo onore, e ogni giorno è coperta da tante lettere di devoti da ogni parte del mondo.

Le notizie del periodo lusitano le ricavo dalla opera anonima “Vita prima o Assidua” che elabora quanto scritto da Soerio II Viegas, vescovo di Lisbona (1210-1232) e poi quelle notizie sparse nelle monumentali Fonti Francescane.

Devo partire dalla tua casa natale sulle cu i fondamenta è stata costruita una chiesa a tuo nome e ricordare il 15 agosto 1195 quando il tuo vagito viene a rallegrare il tuo papà Martino Alfonso de Bulhões e la tua mamma Maria Tarasia Taveira. Al fonte battesimale della vicina cattedrale di Lisbona sei rinato alla vita di figlio di Dio prendendo il nome di Fernando. La tua educazione durante l’infanzia è curata dai canonici del duomo. .

All’età di quindici anni, cioè nell’anno 1210, in contrapposizione ai progetti paterni che ti vedevano cavaliere alla corte del re, hai scelto di entrare tra i religiosi chiamati canonici regolari di S. Agostino della storica abbazia di San Vincenzo situata alla periferia della stessa città di Lisbona. Il distacco dall’ambiente familiare e giovanile non è stato né facile e neanche totale e quindi dopo due anni, all’età di 17 anni, domandi ai superiori di essere trasferito nel lontano monastero di Santa Croce a Coimbra, città di grande tradizione culturale con la sua prestigiosa università. Finalmente nell’anno 1219 sei ordinato sacerdote e quindi ti posso chiamare D. Fernando.

Anche nel monastero agostiniano di Coimbra hai avvertito grandi difficoltà a realizzare il tuo proposito di perfezione religiosa a causa dei dissapori provocati nella comunità dal priore Giovanni, uomo ambiguo più disposto a seguire le indicazioni del re Alfonso II suo protettore che a servire la Chiesa nella fedeltà al papa di Roma Onorio III, che nell’anno 1220 lo colpisce con la scomunica.  Hai avvertito quindi come una esplicita chiamata del Signore il primo incontro con i cinque frati francescani destinati da san Francesco al Marocco e poi, dopo alcuni mesi, il ritorno in città delle salme di Berardo, Pietro, ottone, Adiuto ed Accursio, decapitati dai musulmani.

Nella circostanza delle esequie dei martiri al convento di S. Antonio di Olivais nel 1220 fai la conoscenza del ministro provinciale di Spagna e Portogallo, fra Giovanni Parenti e chiedi di vestire il saio francescano. Superato il dolore del distacco dalla vita precedente, ormai sei fra Antonio, nome che hai scelto in devozione al santo eremita del deserto abate Antonio patrono del convento. Con il tuo confratello fra Filippino di Castiglia subito ti imbarchi per realizzare, sulle orme dei cinque frati protomartiri da te già conosciuti e venerati, il tuo sogno di evangelizzare i mori anche a costo anche della tua vita.  La malaria ti costringe e a riprendere il mare per il necessario ritorno in patria ma la tempesta ti scaraventa sulle cose dalla Sicilia. Ricevi la cordiale ospitalità dei frati di Messina e da qui con loro sei partito per raggiungere la città di Assisi dove il 30maggio 1221, solennità di Pentecoste, il poverello Francesco presiede lo storico capitolo delle “stuoie”. Forse non hai avuto un incontro ravvicinato e personale con lui,  ma fra Graziano, ministro provinciale di Romagna , ti accoglie e ti manda nel solitario convento di Montepaolo. La tradizione racconta che a farti venire allo scoperto sia stata la tua predicazione improvvisata nella cattedrale di Forlì durante la solenne ordinazione sacerdotale presieduta dal vescovo. La tua facilità di parola,  sicuramente ti esprimevi in lingua latina, la tua solida dottrina teologica, maturata negli anni di “studio matto” a Lisbona e a Coimbra, ti pongono sul candelabro e quindi nel 1223 a Bologna, nel convento di Santa Maria della Pugliola, avvii il primo studentato di teologia per i frati che, sull’esempio di Francesco, vogliono portare con fraternità e letizia e umiltà ai poveri il Vangelo di Cristo “sine glossa”. Anche frate Francesco riconosce la tua autorità dottrinale e ti indirizza un messaggio che, direi, è il tuo certificato di laurea: “A frate Antonio, mio vescovo, frate Francesco, salute! Ho piacere che tu insegni sacra teologia ai frati, purché in tale occupazione tu non estingua lo spirito della santa orazione e devozione, come è scritto nella Regola. Stai bene!”.

            La tua attività di evangelizzatore ti porta a confrontarti con un clero in difficoltà nel contrastare la diffusione dell’eresia specialmente quella degli albigesi catari. Proprio nella città di Rimini ti confronti con l’retico Bonvillo e con l’aiuto del Signor dai una testimonianza  esemplare della tua fede eucaristica operando il “miracolo della mula”. Nel contrasto tra l’affermazione e la negazione si ricorre a un rudimentale “giudizio di Dio”: l’animale, tenuto a digiuno per molti giorni, dovrà scegliere tra il sacco della biada di Bonvillo e l’ostia eucaristica che tu rechi con devozione. La mula prima s’inginocchia davanti a te, scatenando l’entusiasmo del popolo fedele e poi… reclama da suo padrone Bonvillo quale “giusta ricompensa” il suo pasto ordinario. Se S. Francesco con il suo innato e originale senso poetico della natura predica agli uccelli (cf l’affresco di Giotto nella basilica superiore di Assisi), tu con spirito di vivace polemica nei confronti dei distratti riminesi ti rechi a predicare ai pesci del fiume Marecchia.

            Non ti manca l’esperienza del confronto dottrinale con gli eretici catari quando, per espressa volontà di papa Onorio III, nel tardo autunno del 1224 raggiungi la Francia e predichi in Provenza, Linguadoca e Guagnosca. Sei costretto anche a condannare l’ignoranza e la corruzione dei prelati quando nell’anno 1225 partecipi al Sinodo di Bourges. In questi anni di sosta in terra di Francia il Ministro provinciale di Provenza fr. Giovanni Bonell ti nomina guardiano del convento di Le Puy e poi visitatore dei conventi del Limousin. Mentre esponi le tue idee ai frati radunati ad Arles hai la consolazione dell’apparizione e della benedizione di san Francesco.

            Alla fine dell’inverno del 1227 ancora un avventuroso viaggio per mare che si conclude con un naufragio sulle coste siciliane. Ancora una risalita dell’Italia per partecipare, sempre nella Domenica di Pentecoste, in Assisi al Capitolo che elegge Ministro generale  fra Giovanni Parenti che  anni prima ti aveva accolto tra i francescani nel convento di S. Antonio di Olivais.

            Per sua volontà sei nominato ministro della provincia francescana dell’Italia del Nord. Ti impegni non solo nella predicazione al popolo ma anche nella visita a tutti i conventi della tua giurisdizione. Il tuo passaggio  tra il popolo fedele è segnato da strepitosi miracoli, ma preferisci la sede di Padova. Nella città che vanta una prestigiosa università nell’anno 1228 predichi la Quaresima. Vai anche a Roma dove ti confronti con il papa Gregorio IX sulla configurazione giuridica che dovrà appianare i contrasti tra le due anime dell’ordine fondato da Francesco. Per ben due volte raggiungi la città di Assisi: nell’anno 1228 per la posa della prima pietra della chiesa elevata sul colle del Paradiso e, dopo due anni, per la solenne inaugurazione.  Finalmente ritorni nella tua amata Padova nel convento di Santa Maria Mater Domini, ma preferisci il silenzio del convento dell’Arcella dove porti a termine la stesura dei tuoi Sermoni, che sono una sintesi della tua attività di docente e di predicatore popolare. Questa tua “summa” dalle forti note bibliche sarà non solo il tuo testamento dottrinale e pastorale , ma anche il documento della sensibilità teologica della tua epoca, prima della prestigiosa “Summa Theologiae” di S. Tommaso d’Aquino (1225-1274).

            Anche durante la Quaresima del 1231, con le forze che diminuiscono, tieni la predicazione a Padova e, sensibile ai problemi economici dei poveri, suggerisci interventi adeguati che saranno accolti negli statuti cittadini. Ti dispiace non essere riuscito ad ottenere  dal potente Ezzelino da Romano, signore di Verona, la libertà per il suo cognato Rizzardo di San Bonifacio, i amici e parenti si erano rivolti a te.

            Ricerchi la solitudine di Camposampiero e ti costruisci la celletta del tuo rifugio sul noce. Accorrono a te i bambini e con gioia paterna li benedici e li guarisci. Hai anche la gioia nell’estasi di cullare tra le tue braccia  il Bambino Gesù quando sei ospite del conte Tiso.

            Il 13 giugno 1231 un forte malore, forse provocato dalla tua cronica idropisia, ti annuncia la fine prossima. Lungo la strada che ti riporta a Padova, proprio quale ospite delle clarisse del convento dell’Arcella, chiudi la tua giornata di lavoro nella vigna del Signore. Un accordo, mediato dal vescovo e dai francescani, seda il tumulto popolare e così la tua salma raggiunge il convento di Santa Maria Mater Domini per la prima sepoltura.

            Il proverbio popolare dice che “la voce del popolo è voce di Dio” e il popolo ti acclama subito “santo”. Questo giudizio è sanzionato dalla Chiesa  attraverso la voce di papa Gregorio IX il quale il giorno di Pentecoste del 1232 ti proclama santo nella cattedrale di Spoleto. Nella corsa al riconoscimento ufficiale della santità rimani ancora il campione imbattuto come il fulmine di Barletta Pietro Mennea. Nell’anno 1263, quando a Bolsena nella chiesa della martire S. Cristina dinanzi al dubbioso Pietro da Praga, si realizza il miracolo eucaristico, a Padova S. Bonaventura da Bagnoregio officia la solenne e definitiva traslazione della tua salma nella grande basilica elevata  in tuo onore, per cui oramai è dimenticato il lontano D. Fernando di Lisbona e sei diventato il santo Antonio di Padova.

            Rimane ancora lo strepitoso segno della tua lingua incorrotta nei secoli a testimoniare la tua qualifica di “dottore evangelico”. Purtroppo devo porre fine a questa lettera ricordando il tentativo operato dalla banda del Brenta, del famigerato Felice Maniero, di rubare la reliquia e di farne oggetto di vile mercato dopo l’ardito furto.

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