Domenica 19 Novembre 2017
   
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Epistolario delle origini - A Giacomo apostolo, pellegrino e "matamoro"

giacomo

Nell’intestazione di questa mia lettera ritrovo prima di tutto il tuo nome “Giacomo” che nel greco “Iàcobos” traduce il nome di Giacobbe il patriarca del popolo ebraico e poi la tua dignità di apostolo di Gesù Cristo e ancora le qualifiche di “pellegrino e matamoro” a ricordare il tuo centro di culto nella città di Santiago di Compostela, meta di pellegrinaggi da parte di tutta Europa e la tua protezione invocata durante la reconquista della penisola iberica contro i mori musulmani

Indirizzo questa missiva alla grande chiesa galiziana di Santiago di Compostela e vorrei timbrarla con l’immagine della tradizionale conchiglia, raccolta sulla spiaggia di Finisterrae, a ricordo dei tanti pellegrini che ancora oggi intraprendono il “cammino di Santiago”, esperienza di fede e di fraternità europea.

Inizialmente tu mi puoi ricordare che sei nato forse nella città rivierasca del mare di Galilea Betsaida da Zebedeo, titolare di una azienda di pesca con diversi operai, e da Salome. Un bel giorno hai ricevuto da tuo fratello più giovane Giovanni la lieta notizia del suo incontro con Gesù di Nazaaret, il figlio di Maria e del carpentiere Giuseppe, che anche per l’attesa di Giovanni il Batista era il messia atteso dal popolo d’Israele. Dopo alcuni giorni è stato proprio lui che personalmente vi ha rivolto l’invito mentre eravate al lavoro sulla spiaggia a rassettare le reti e tu e Giovanni “lasciato il loro padre Zebedeo con gli operai sulla barca, gli andarono appresso” (Mc 1, 19-20). Quindi non ci hai pensato due volte e niente ti ha trattenuto: è iniziata così una splendida avventura di grazia e di gioia che ti ha visto insieme a Giovanni e agli amici Pietro e Andrea a fianco del giovane rabbi di Galilea, quasi una guardia del corpo.

Sei presente allo strepitoso miracolo del richiamo alla vita della dodicenne figlia di Giairo, capo della sinagoga di Cafarnao, e ascolti la voce imperiosa di Gesù che comanda: “Talithà kum” (Fanciulla, alzati!) e la figliola è restituita ai genitori i quali sono invitati a darle da mangiare (Mc 5, 21-43). Non puoi dimenticare che lungo la strada dalla spiaggia alla casa di Giairo era stata guarita anche la donna che subiva perdite di sangue e Gesù l’aveva incoraggiata: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii sanata dal tuo male” (Mc 5, 25-34).

E quanto mai simpatica la qualifica che Gesù attribuisce a te e a tuo fratello chiamandovi “boanerghes” (figli del tuono) a ricordarvi che un giovano dinanzi al rifiuto di ospitalità da parte degli abitanti di un villaggio della Samaria avete reagito con spirito di violenza e vendetta: “Signore vuoi che diciamo che scenda il fuoco dal cielo e li distrugga” (Lc 9, 54). E in quel giorno avete ricevuto da lui un deciso rimprovero e un invito alla misericordia che è la virtù dei cittadini del regno di Dio.

Non puoi dimenticare la faticosa salita sul monte Tabor per una esperienza di preghiera quasi sospesi tra cielo e terra. Insieme a Pietro e a Giovanni contempli il tuo Gesù trasfigurato davanti a voi: “la sua faccia è splendida come il sole e le sue vesti candide come la luce” . Ascolti la richiesta quasi insensata di Pietro che prima propone la costruzione di tre tende una per Gesù e poi altre due per Mosè ed Elia e poi sogna una permanenza più lunga di esperienza estatica. Non dimenticherai mai il tono della voce celeste che incute un sacro terrore: “Questi è il mio Figlio diletto: ascoltatelo!” e poi l’amichevole invito dello stesso Gesù: “Alzatevi, non temete!”. L’evento della trasfigurazione in cui hai contemplato la “gloria” (identità divina) del tuo maestro si conclude con la sua raccomandazione: “Non fate parola con nessuno della visione, finché il Figlio dell’uomo non sarà risorto da morte” (Mt 17, 1-9).

Beh!, la tua mamma Salome, che fa parte della comitiva femminile del maestro, sogna per te e tuo fratello cose grandi, successi e prestigio nel regno di Dio e allora si fa coraggio e presenta a Gesù la sua richiesta in vostro favore: “Che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno”. La risposta di Gesù vi invita a bere il calice della passione e ad essere battezzati nel suo battesimo di sangue e voi rispondete con entusiasmo: “Lo possiamo”. Dinanzi alla reazione degli altri dieci il maestro imparte una essenziale lezione di umiltà, di servizio e d’amore: “Voi sapete che i capi delle nazioni esercitano la loro signoria su di esse, e i grandi sono quelli che fanno sentire su di esse la loro potenza. Non sarà così fra voi; ma chi fra voi vorrà diventare grande sarà vostro servo; e chi vorrà essere al primo posto si farà vostro schiavo, come il Figlio dell’uomo, che non è venuto ad essere servito, ma a servire e dare la propria vita in riscatto di molti” (Mt 20, 20-28). Un lezione sempre attuale di politica ispirata dal vangelo, in cui il potere diventa servizio!      

Vorrei, almeno una volta, sentire la tua versione della sosta in preghiera nell’orto degli ulivi, la notte della cattura. Vi era stato chiesto a te, Giovanni e Pietro, la testimonianza di amicizia intima con il dono della preghiera e invece il sonno ti rendeva le palpebre pesanti e non hai potuto vegliare un’ora sola con lui durante l’agonia mortale. Come non ricordare le sue accorate parole: “Fermatevi qui, mentre io vado là a pregare… Triste è l’anima mia fino alla morte; rimanete qui e vegliate con me”. E poi l’annuncio dell’ora attesa e temuta: “Dormite ormai e riposate. Ecco, è vicina l’ora in cui il Figlio dell’uomo sarà consegnato nelle mani degli empi. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino” (Mt 26, 36-46). Tuo fratello Giovanni “discepolo che egli amava” starà sotto la croce con Maria sua madre, ma tu sei scomparso, del tutto dimentico della casa di Giairo e della vetta del monte Tabor.

E’ il Crocifisso Risorto con i suoi incontri nel primo giorno dopo il sabato a ricompattare il gruppo degli apostoli e degli amici e insieme ai dodici e a Maria di Nazareth vivi nel Cenacolo (la stanza al piano superiore!) l’attesa in preghiera e la sconvolgente discesa dello Spirito Consolatore.

Sarà più tardi, quasi dodici anni dopo (42 d. C.), il capriccio dispotico di Erode Agrippa a decretare la tua morte e Luca nel libro degli Atti ricorderà: “In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni” (At 12, 1). In tal modo quale primo degli apostoli hai bevuto il calice della passione e sei stato battezzato di un battesimo di sangue, come ti aveva detto Gesù.

Non posso concludere questa mia lettera senza soffermarmi in preghiera nel tuo santuario di Santiago di Compostela. A spiegare la tua presenza agli opposti occidentali della tua natia Palestina interviene la tradizione secolare sintetizzata nelle tue immagini di pellegrino (vangelo, bastone, conchiglia, zucca) e di combattente vittorioso “matamoros” (a cavallo con la spada sguainata).

Qualcuno (per es.Isidoro di Siviglia) ipotizza un tuo viaggio in Spagna per annunciare il Vangelo e poi il ritorno in Gerusalemme dove sei stato decapitato per ordine di re Erode Agrippa e quindi il trasferimento del tuo corpo nel campo della stella in Galizia. Qualche altro (per es. Jacopo da Varagine nella sua Legenda Aurea) parla del trafugamento del tuo corpo da parte dei tuoi discepoli e del suo definitivo seppellimento nel luogo dove sarebbe sorta la splendida cattedrale, dalla facciata barocca e dall’interno romanico.

Un tradizione spagnola racconta che nell’anno 813 d. C. l’eremita Paio scopre la tua tomba sul monte Libredòn dietro il richiamo di una stella. Il vescovo Teodomiro rinviene nella tomba segnata dall’indicazione “Qui giace Giacomo, figlio di Zebedeo e Salome” il tuo corpo decapitato.

Della visita che feci tanti anni fa ricordo alcuni momenti significativi. Devo confessarti che non ci fu la benedizione iniziale del pellegrinaggio e né mi venne consegnato il bastone con la rituale preghiera che trascrivo: “Accipe hunc baculum, sustentacionem itineris ac laboris ad viam peregrinationis tuae ut devincere valeas omnes catervas inimici et pervenire securus ad limina sancti Jacobi et, peracto cursu tuo, ad nos revertatris cum gaudio, ipso annuente qui vivit et regnat Desu per omnia saecula saeculorum. (Ricevi questo bastone, quale sostegno del tuo viaggio e della fatica per la via del tuo pellegrinaggio, affinché tu possa vincere tutte le schiere del nemico e raggiungere sicuro il tempio di san Giacomo e, dopo aver terminato il tuo viaggio, tu possas ritornare presso di noi con gioia, con l’approvazione di Dio che vive e regna per tutti i secoli dei secoli.) Prima di tutto come dimenticare la sosta nel <<Portico della gloria>> e l’omaggio alla tua statua di pellegrino posta sulla colonna centrale e il gesto devozionale di poggiare la mano destra e la testa sull’impronta della mano scolpita. Non dimentico la salita alla Cappella maggiore per abbracciare la tua statua del sec. XIII e poi la discesa nella cripta della cattedrale per pregare sul tuo sarcofago. Una ultima immagine è quella del Botafumeiro, l’incensiere alto m. 160 e pesante oltre 50 kg, che viene agitato con maestria dagli esperti Tiraboleiros: prima era un espediente per disperdere il lezzo ammorbante dei pellegrini che dormivano anche in chiesa e poi è diventato una tradizionale espressione di devozione e un richiamo turistico. Mi dispiace non essere andato sulla spiaggia di Finisterrae per raccogliere la conchiglia e non aver ritirato la dichiarazione di aver fatto il “cammino di Santiago” dall’ufficio addetto. Sai?, a noi oggi è difficile conciliare le esigenze del pellegrinaggio con quelle di un turismo all’insegna del’”mordi e fuggi”.

Ad ogni modo, ti ringrazio San Giacomo, di aver benevolmente letto questa mia lettera e ti chiedo di essere al mio fianco durante la battaglia per la mia fede, allo stesso modo in cui proteggesti i cattolici della penisola iberica che lottavano in nome della fede degli apostoli per la liberazione del loro paese dall’occupazione dei mori, seguaci fanatici del profeta Maometto, il quale aveva proclamato la “guerra santa” (ğihād) per diffondere la sua fede e la imponeva con la scimitarra secondo le modalità e i precetti che ritroviamo codificati nella sharia..

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