Domenica 19 Novembre 2017
   
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Storia di una fioraia appassita

Opera di Pippo Moresca

Amo mio marito. Lo amo con tutto il cuore. Lo amo tanto quanto pensavo di voler amare una persona, quando da ragazza sognavo il mio futuro. Già da liceale avevo tutto un piano in testa. Dopo il diploma avrei voluto aprire un negozio di fiori nel mio paese. Un negozio tutto mio, magari con una grande serra sul retro. Mi sono sempre piaciuti i fiori, sin da quando ero bambina. I fiori sono innocenti, non hanno mai fatto male a nessuno, anzi. Sarà che sono nata nel ’68, l’anno dei figli dei fiori quindi in un certo senso mi sono sempre sentita una specie di ‘nipote dei fiori’. Sarà che è così che mio padre ha conquistato la mamma, regalandole un girasole la sera della Fresta del Crocifisso. Poi le regalò un giglio durante la veglia di Natale nella chiesa dei Cappuccini. Le regalò un papavero a carnevale. Un’orchidea durante il ‘passa passe’. Una rosa rossa a S. Valentino. Una mimosa il giorno della festa della donna. Voi mi direte, quest’ultima è un po’ scontata. Sì, forse è vero, ma ha fatto questo per tre anni senza mai perdere l’occasione di regalare fiori. Dopo questi tre anni mio padre finalmente rivolse la prima parola alla mamma: “Mi chiamo Antonio e t’ho amata sin dal primo petalo”. Amo i fiori. Sarà che mi chiamo Fiorangela.

Avevo vent’anni. Ero bella o almeno è quello che mi dicevano gli altri perché, si sa, in fatto di bellezza vale solo il giudizio che ne danno gli altri, ripeterselo da solo davanti allo specchio non vale. Ad essere bella fuori devono essere gli altri a dirtelo. Ad essere belli dentro è tutto un altro discorso, quello è tutto un discorso con se stessi. Occorre amarsi immensamente per piacersi dentro e quando si trova la persona a cui piaci dentro allo stesso modo in cui piaci fuori, solo allora sbocciano le rose. Le rose hanno le spine, è vero, ma sono i difetti che ognuno porta dentro. Occorre amare immensamente i difetti l’uno dell’altro per essere completi. Per amare bisogna sapersi baciare con passione. Per amare serve stringersi forte senza farsi pungere dalle colpe dell’altro. Ne sono sicura.

Avevo ventisei anni ed incontrai Filippo. Un giorno passò dal mio negozio, mi ordinò il mazzo di fiori più strabiliante che avessi mai creato, disse: “voglio qualcosa che ti lasci senza fiato, una composizione così straordinaria che non verrà mai più imitata da nessun altro fioraio”. Lavorai tutta la notte ad una composizione di dodici rose rosse con orchidee e gigli e mimose e papaveri ed un girasole nel centro. L’indomani Filippo venne a ritirare il suo ordine, quando glielo consegnai dissi che, probabilmente, non sarei mai più riuscita a comporre qualcosa di altrettanto incredibile. Appena pagata mi lasciai sfuggire l’indiscrezione: “Quando consegnerai questo capolavoro alla fortunata?”, mi rispose: “In questo momento”. Mi prese le mani e mi ridiede il mazzo di fiori.

Dopo qualche anno ci sposammo. L’anno dopo sbocciò Marta, nostra figlia.

Filippo era un agricoltore. Per questo si svegliava sempre prima di me. Nei primi mesi di convivenza, ricordo benissimo, mi faceva trovare sempre la colazione pronta in modo tale da potermi risvegliare nel modo più dolce possibile. Poi questa abitudine è andata persa, non poteva durare mica per sempre.

Dopo qualche anno il nostro rapporto è diventato sempre più freddo, gelato, asettico. Eravamo due estranei sotto lo stesso tetto. Non si parlava più come prima, al suo ritorno al tramonto. Non si parlava più affatto, anzi, Filippo ripeteva sempre a mezza bocca una lista di parole sconclusionate mescolate ad imprecazioni sparse “g’brellein s-r-ment acnein porcaputt… peronospr trattor ‘ngulallams…”. Poi andava a dormire. Ero stanca di quella situazione. La sera abbracciavo Marta, le pettinavo i capelli e pensavo domani andrà meglio, domani mi farò sentire, domani lo guardo dritto negli occhi e dovremo risolverla questa situazione. Ogni colpo di spazzola un singhiozzo, ogni singhiozzo un colpo di spazzola.

Il giorno dopo, come mi ero ripromessa, sono andata da lui, l’ho affrontato a muso duro, l’ho guardato negli occhi con forza, aveva gli occhi spenti, pensava ad altro: “Questa sera cucinerò pietre al cartoccio!”, lui, come svegliato da un sonno profondo rispose “uh?!? Ah sì mi piace quel piatto” e ricadde in trance ricominciando a mugolare la filastrocca senza senso. Quella notte tornai a ripetere le stesse cose ai capelli di Marta. Ogni colpo di spazzola un singhiozzo, ogni singhiozzo un colpo di spazzola. Tornai da lui la sera seguente, era al telefono: “Dottore! Che vuol dire che la mia uva è malata? Ho usato tutti i fitofarmaci adatti! Peronospera!?! Mi ha assicurato che non ci sarebbero stati rischi!” spense nervosamente il cellulare. “Filippo, dobbiamo parlare” non ebbi il tempo di continuare la frase quando vidi un lampo freddo nel buio dei miei occhi chiusi. Riaprii gli occhi ed ero in terra con il viso bollente e pulsante. Mi aveva schiaffeggiato. Non era mai successo prima. sono rimasta completamente spiazzata ed anche lui, forse incredulo, non ebbe la forza di guardarmi in faccia e si allontanò senza parlarmi. Anche io, dal canto mio, non sentivo di avere la forza di commentare quel manrovescio. Entrai in camera di Marta. Le pettinai i capelli. Mi addormentai nel suo letto, insieme a lei.

Dopo quella sera, quasi non vidi più Filippo, era una sagoma a colori su di un muro bianco, un’ombra che si spostava attraverso i mobili, una presenza che si aggirava per la casa che mi intimoriva.

Al tramonto, dopo esser tornato dal lavoro, si rivestiva per poi uscire ancora. Rientrava con la notte, mentre io ero già a letto. La prima notte, nel buio della stanza da letto, mi sentii afferrare, scaraventare, calpestare, colpire. Poi nient’altro. Mi risvegliai nel mio letto, forse era stato un brutto sogno. Speravo realmente che fosse stato un brutto sogno ma lo specchio nel bagno di servizio mi disse che il mio occhio destro aveva assunto un colorito più scuro rispetto al sinistro. Lo stesso brutto sogno si è ripetuto per innumerevoli notti dopo di quella.

Un giorno, ero nel mio negozio con una cliente. Mi aveva commissionato cento rose bianche per un matrimonio, ero nel retrobottega e nel cogliere alcuni dei fiori candidi, una goccia di sangue dal mio labbro ancora aperto macchiò una delle rose. Non mi accorsi di niente. Portai il mazzo di rose dalla cliente, guardò il mazzo, respirò forte il profumo delle rose e guardandomi mi disse: “Un fiore ha bisogno di luce, di acqua e di cure per continuare ad essere bello come il primo giorno. Tenerlo al buio può solo farlo appassire”.

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