Domenica 19 Novembre 2017
   
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Lettera all’on. Antonio Gramsci – Casa penale di Turi (terza parte)

Rutigliano-Lettere gramsci- Don Pasquale Pirulli

 

Articolo pubblicato su “La Voce del Paese” in edicola la settimana scorsa

Epistolario delle origini

Incomincia il tuo lungo e doloroso calvario nelle diverse carceri d’Italia (Regina Coeli,Ustica, San Vittore, Regina Coeli, Turi)  e sarai privato degli affetti familiari perché i tuoi fratelli Gennaro e Mario ti faranno visita solo una volta; tuo fratello Carlo solo alcune volte e ti è vicino quale angelo consolatore la tua cognata Tania Schucht.

Il 18 novembre 1926 sei assegnato al confino di polizia per cinque anni e il 7 dicembre 1926 raggiungi l’isola di Ustica.

Il 28 maggio 1928 il Tribunale Speciale sottopone a processo il gruppo dirigente del Partito Comunista d’Italia e il 4 giugno 1928  tu sei condannato a 20 anni, 4 mesi e 5 giorni di reclusione. Il 22 giugno dello stesso anno sei assegnato alla Casa penale di Turi che raggiungi il 19 luglio 1928.

Dinanzi alla lontananza di Giulia,che sarà colpita da debolezza di mente e nel tempo troncherà il rapporto epistolare, e dei tuoi figli la  presenza di tua cognata Tatiana  ti è di conforto: “Ti abbraccio teneramente, carissima,perché abbraccio con te tutti i miei cari… Vedi che io ti scrivo come a una sorella e tu in tutto questo tempo sei stata per me più che una sorella. Perciò ti ho anche tormentato un po’ qualche volta. ;a non è forse vero che si tormentano proprio coloro che ci sono più cari? Io voglio che tu faccia di tutto per guarire e star sana. Così potrai scrivermi, tenermi informato di Giulia e dei bambini e consolarmi col tuo affetto”.

A Giulia il 13 gennaio  1931 scrivi: “Mi pare che questo modo di fare finisca col rendere i rapporti reciproci convenzionali, bizantini, senza spontaneità e non si riflette che i sentimenti suscitati da queste cinture di filo spinato nei rapporti reciproci diventano esasperati e morbosi. Non ci eravamo promesso di esser sempre franchi e veritieri nell’informarci reciprocamente su noi stessi: ricordi? Perché non abbiamo mantenuto la parola?... Naturalmente io sono molto felice quando ricevo una tua lettera: essa riempie molto del mio inutile tempo e interrompe il mio isolamento dalla vita e dal mondo. Ma credo necessario che tu scriva anche per te stessa, perché mi pare che anche tu debba essere isolata e un po’ tagliata fuori dalla vita e che scrivendomi possa sentir meno questa intima solitudine”. Col tempo le condizioni psichiche di Giulia si aggravano e mettono in crisi anche il vostro rapporto. Tu annoti con amarezza: “Sono un sardo senza complicazioni psicologiche e mi costa una certa fatica comprendere le complicazioni degli altri… Io sono sottoposto a vari regimi carcerari: c’è il regime carcerario costituito dalla quattro mura, dalla grata, dalla bocca di lupo, ecc. ecc. – era già stato da me preventivato e come probabilità subordinata, perché la probabilità primaria, dal 1921 al novembre 1926, non era il carcere, ma il perdere la vita. – Quello che da me non era stato preventivato era l’altro carcere, che si è aggiunto al primo ed è costituito dall’essere tagliato fuori non solo dalla vita sociale, ma anche dalla vita famigliare ecc. ecc. potevo preventivare i colpi degli avversari che combattevo, non potevo preventivare che dei colpi mi sarebbero arrivati anche da altre parti, da dove meno potevo sospettare (colpi metaforici, s’intende, ma anche il codice divide i reati in atti e omissioni, cioè anche le omissioni sono colpe e colpi)”.

Per quanto ti è possibile mantieni il rapporto epistolare con la tua mamma che è in Sardegna. A lei scrivi il 23 settembre 1929: “Ho ricevuto la tua lettera del 18 settembre. Mi pare che nello scriver la tua mano sia stata più forte delle volte precedenti e poi mi hai scritto più a lungo senza che in fine si scopra un qualche segno di stanchezza: ciò mi ha fatto molto piacere, perché temevo che ti fossero ritornate le febbri malariche. Ti ringrazio delle notizie che mi mandi. Come ti ho scritto altre volte, tutto mi interessa della vita reale, specialmente se questo “tutto” può servirmi a ricostruire  e ad immaginare la vostra vita di ogni giorno, che, per quanto possa sembrare uguale e monotona, è sempre più varia e immensamente più movimentata della mia… Nelle tue lettere dovresti passarmi in rivista tutti quelli che io conoscevo e darmi loro notizie, specialmente di quelli che in questi ultimi anni sono riusciti a cambiare la loro posizione, in meglio o in peggio. Vorrei riuscire a comprendere se Ghilarza, con la nuova amministrazione che le è stata fatta e con la vicinanza del bacino del Tirso, ha la tendenza a diventare una città; se c’è un maggior commercio, qualche industria, se una parte della popolazione dalle tradizionali occupazioni rurali è passata ad occupazioni d’altro genere, se c’è uno sviluppo edilizio, o se invece solo aumentato il numero delle persone che vivono di rendita. . Perché mi capisca, dirò che, secondo me, Oristano non è una città e non lo diventerà mai; è solo un grande centro rurale (grande relativamente) dove abitano i proprietari di terra o delle peschiere del territorio vicino e dove esiste un certo mercato di manufatti per i campagnoli che vi portano le loro merci agricole. Un centro di commercianti e di proprietari fannulloni, di usurai cioè, non è ancora una città, perché non c’è produzione proprio di nulla che sia importante. Ghilarza tende a diventare come Oristano o l’energia elettrica del tirso dà la base a qualche industria sia pure iniziale”. I tuoi familiari ti nascondono la morte della tua cara mamma avvenuta il 30 dicembre 1932 e tu, nulla sapendo, le scrivi l’8marzo 1934: “Carissima mamma, l’anno scorso, per le gravi condizioni di salute in cui mi trovavo proprio di questi giorni, non mi fu possibile di inviarti gli auguri per il tuo onomastico. Non voglio che anche quest’anno  trascorra senza ricordarti la mia grande tenerezza. Tatiana ha tenuto informata Teresina delle mie nuove condizioni di vita che, pur non essendo delle migliori, non possono certo essere paragonate a quelle di un anno fa. Non ho scritto finora perché sono stato sempre un po’ scombussolato e anche perché sapevo che Tatiana, che viene a visitarmi tutte le domeniche, vi teneva informate. Non sono ancora ridiventato padrone delle mie forze fisiche e intellettuali: nell’ultimo tempo passato a Turi mi ero logorato in modo quasi catastrofico e la ripresa è molto lenta, con ricadute e oscillazioni… Ho poche informazioni sulle tue condizioni di salute”.

Quando ne sei venuto a conoscenza nell’anno 1936 hai scritto a tua moglie Giulia del tuo grande dolore: “Tu hai creduto che io non sentissi, fin dal ’32, che la mia povera mamma era morta? Il più grande dolore l’ho sentito allora e veramente in modo violento, sebbene fossi in grave stato di prostrazione fisica. Come potevo immaginare che una madre via, non mi scrivesse o facesse scrivere e che da casa non mi accennassero più a lei!”.         

Della tua vita di reclusione mi ha parlato proprio il sig. Vito Lestingi e un altro detenuto ergastolano che ho conosciuto, ma di cui non ricordo il nome. Avevi il privilegio di avere una cella solo per te e di avere a disposizione carta e calamaio con la scorta di candele. In tal modo hai intrapreso la fatica di redigere i tuoi Quaderni del carcere in cui raccogli le tue riflessioni di politica e di cultura. Il tuo dialogo con gli altri detenuti politici non sempre è stato sereno perché specialmente negli anni 1929-’30 ti ha raggiunto l’ostracismo da parte del gruppo dirigente che faceva capo a Togliatti Palmiro. Valentino Gerratana commenta: “Basti ricordare la “svolta” del 29-30 e il dissenso di Gramsci circa la tesi che si stesse aprendo in Italia una prospettiva rivoluzionaria tale da escludere e perfino da sconsigliare l’apporto di qualunque formazione politica antifascista intermedia. Fu il momento della espulsione dei “tre”. Gramsci durante le ore del “passeggio” carcerario, fu richiesto con insistenza di esprimere un giudizio, ma quando lo ebbe espresso non pochi compagni si irritarono al punto che Gramsci stesso decise di troncare la discussione per evitare che essa si spostasse su un terreno frazionistico. Un capo, sì, ma piuttosto emarginato”.

A suo tempo ho avuto modo di soffermarmi sulle tue pagine, mi riferisco ai tuoi Quaderni dal carcere e alla tue Lettere, pubblicate per interessamento di Palmiro Togliatti, sollecitato anche dagli studi presso la facoltà di lettere e filosofia presso l’Università degli Studi di Bari. Mi risulta che sei stato rispettato da tutti agenti e personale sanitario.

Nell’anno 1931 superi una grave crisi assistito dal Dottor Domenico Resta, così come ricorderà Sandro Pertini tuo compagno di pena. Nell’anno 1932 ricevi il beneficio di una amnistia e la pena ti è ridotta a 12 anni e 4 mesi. Il 7 marzo 1933 ti colpisce una seconda crisi e nel luglio dello stesso anno chiedi a tua cognata Tatiana di inoltrare la petizione per essere trasferito in un altro carcere. Lasci definitivamente Turi il 19 novembre 1933 e lungo la strada che mena alla stazione sei salutato dal silenzio commosso della gente buona. Raggiungi l’infermeria del carcere di Civitavecchia e il 7 dicembre 1933 sei ricoverato presso la clinica dl dottor Cusumano di Formia. Il 26 ottobre 1934 viene accolta la tua domanda di libertà condizionale e il 24 agosto 1935 sei ricoverato nella clinica Quisisana di Roma. Finalmente scade la libertà condizionale e sei del tutto libero ma non puoi lasciare la clinica per le tue gravi condizioni di salute. Il 25 aprile 1937 sei colpito da emorragia cerebrale e muori il 27 aprile 1937. La tua prima tomba è nel cimitero del Verano a Roma e poi nel cimitero degli Inglesi.

                                                                    

                                                                     Sac. PASQUALE PIRULLI                                     

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