Sabato 21 Settembre 2019
   
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Caporalato a Noicattaro, scoperta un’organizzazione “senza cuore”

Noicattaro. Caporalato front

 

Il fenomeno del caporalato è ormai radicato nella nostra regione. Oltre a non rispettare le regole, questi “padroni” tendono a sfruttare al massimo i loro operai, cercando di trarre il massimo beneficio da loro, quasi fossero macchine da guerra.

L’ultimo caso è stato smascherato qualche giorno fa. Una vera e propria “bomba” esplosa a Brindisi, ma che riguarda anche Noicattaro. È un quadro sconcertante quello che emerge dall’operazione anti-caporalato condotta dai Carabinieri della Compagnia di Francavilla Fontana (Brindisi), che si è conclusa con l’arresto di una donna di 45 anni e di suo figlio di 29 anni, oltre all’emissione di un provvedimento di obbligo di dimora nei confronti di una terza complice, una donna originaria della Romania, al momento irreperibile (clicca qui per vedere il video dei Carabinieri). Questi, infatti, reclutavano e sfruttavano manodopera agricola con minacce e intimidazioni e approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori.

Sono accusati di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro pluriaggravati”, un articolo introdotto nell’Agosto del 2011 proprio per trasformare in reato un fenomeno “antico e diffuso”, ha precisato il procuratore della Repubblica Marco Dinapoli, che è quello del caporalato. I tre soggetti che si sono macchiati di questo crimine rischiano una multa da 1.000 a 2.000 euro, e da 5 a 8 anni di reclusione per ogni lavoratore reclutato.

 

Operai trattati come bestie

Secondo le indagini, i tre ogni giorno portavano operai in un’azienda agricola di Noicattaro che si occupa della raccolta e confezionamento in cassette dell’uva. Partenza alle 4 di mattina da Villa Castelli (Brindisi) - teatro di storiche e documentate lotte contro il caporalato - con due furgoni da nove posti e un’auto. In ogni pulmino facevano entrare anche 17 persone, in auto 6. Gli sfortunati lavoratori erano costretti ad un tragitto di un’ora e mezzo, e chi non trovava un posto a sedere restava nel bagagliaio. Lavoravano dalle 6 del mattino fino alle ore 19 e a volte anche fino alle ore 22, con due sole pause: la prima entro le ore 10 e la seconda entro le ore 14. Finito il lavoro nei campi, la trentina di migranti al soldo di madre e figlio rientravano a casa, a Villa Castelli, intorno alle ore 23, per ripartire l’indomani all’alba.

La retribuzione - appena una trentina di euro al giorno - era commisurata, invece, ad un orario complessivo pari a sei ore e mezza, con straordinari pagati in modo totalmente irregolare e con sistematica violazione della normativa relativa all’orario di lavoro ed al riposo settimanale. I poveri operai erano sottoposti a condizioni di lavoro e metodi di sorveglianza particolarmente degradanti: questi operavano in spazi angusti, l’uno attaccato all’altro, e potevano fruire dei servizi igienici soltanto quando consentito dalla 45enne, unico possessore, insieme al responsabile della catena produttiva, della tessera magnetica indispensabile per accedere ai servizi igienici.

 

Le indagini dei Carabinieri

Le indagini sono durate solo tre mesi e hanno portato alla luce una situazione di sfruttamento delle persone e della dignità lavorativa ai limiti della decenza. “Qualora durante la giornata qualcuno aveva delle esigenze fisiologiche, doveva sentire le lamentele della 45enne, che spesso replicava che il bagno era occupato o doveva essere pulito”, si legge nell’ordinanza firmata dal Giudice per le Indagini Preliminari. “L’attività lavorativa era coordinata dalla stessa donna, la quale spesso gridava e intimava alle lavoratrici di sbrigarsi, altrimenti avrebbero perso il posto di lavoro. Nonostante l’orario lavorativo fosse dalle 14 alle 15 ore giornaliere compresa la domenica, veniva corrisposta la retribuzione con busta paga per sei ore e trenta minuti al giorno, esclusa la domenica e il lavoro straordinario, che veniva pagato, fuori dalla busta paga, non tenendo conto delle effettive ore prestate. Qualora venivano chieste spiegazioni sulle divergenze, la donna precisava che quelle erano le condizioni altrimenti avrebbero interrotto il rapporto di lavoro”.

Ciò che ha spinto gli operai - una trentina di mamme e papà, tra italiani e rumeni - a resistere nonostante le condizioni di disagio è stato il bisogno di sopravvivere, di sfamare i figli, di pagare il mutuo, oltre al timore di perdere gli stessi figli per intercessione dei Servizi Sociali.

 

Le intercettazioni telefoniche

Non solo dovevano lavorare per 14 ore al giorno a quasi 200 chilometri da casa, senza poter andare in bagno quando ne avevano bisogno, ma dovevano anche elemosinare i pochi soldi che gli spettavano. Elemosinare la giornata lavorativa, chiedere “per favore” di non essere lasciati a casa.

“Non mangio da due giorni”. “Queste persone stanno demolite da ieri sera”. “Domani scendo a lavoro, sono stata due giorni senza mangiare e senza dormire e non avevo nemmeno i soldi per potermi fare un po’ di panini”. “Ma almeno una cento euro me la fai avere? Ti prego!”. E poi ancora: “Ma domani vengo o no? Almeno fammi sapere, anche perché non sono stata a giocare. Ho avuto mio figlio che è stato molto male”.

Queste sono le frasi emerse dalle intercettazioni telefoniche che, insieme ai pedinamenti, hanno permesso agli investigatori di dimostrare lo stato di bisogno dei lavoratori reclutati, premessa indispensabile per la configurazione del reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

 

Il coraggio della denuncia

Fortunatamente c’è chi si è opposto e ha interrotto il rapporto di lavoro, recandosi dai Carabinieri. Si tratta di una donna che ha trovato il coraggio di ribellarsi e di sgominare questa organizzazione quando, un giorno, insieme a lei è andato a lavorare anche il figlio, poco più che ventenne. Il giovane, a fine giornata, era distrutto e ha chiesto alla mamma come facesse a sopportare quella situazione. “La donna aveva necessità di lavorare, era separata dal marito e percepiva solo un assegno di mantenimento pari a 200 euro mensili, che il coniuge non sempre versava. Inoltre doveva pagare le rate del mutuo ipotecario di 230 euro mensili gravante sull’appartamento di sua proprietà, dove viveva insieme ai figli a suo carico, di 21 e 12 anni”, si legge nell’ordinanza del GIP.

I due indagati - madre e figlio - hanno potuto contare sul contributo della terza complice, la donna rumena che al momento si è resa irreperibile. Secondo gli investigatori, oltre ad essere incaricata del trasporto dei vari braccianti, aveva il preciso compito di fare “da staffetta”, ossia precedere i due furgoni di nove posti sovraccaricati e avvisare immediatamente i rispettivi conducenti, circa l’eventuale presenza di forze di Polizia.

Per quanto riguarda Noicattaro, sono in corso le indagini per accertare se l’azienda che aveva commissionato il reclutamento del personale ai due arrestati era a conoscenza della situazione di sfruttamento cui erano sottoposti i lavoratori.

Un quadro davvero sconcertante, che ha turbato gli stessi investigatori. Quello che è emerso, probabilmente è solo la punta di un iceberg che nasconde storie che farebbero venire i brividi. Storie di uomini e di donne, costrette a subire di tutto, pur di dar da mangiare ai loro figli.


Noicattaro. Caporalato intero

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