Mercoledì 08 Aprile 2020
   
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RUBRICA AD ARTE:FRANCO DELLERBA

del

Franco Dellerba (Rutigliano, 1949) persevera nell’offrire una visione ludica dell’arte, tra allusioni o citazioni, specie ai simboli del patrimonio della cultura popolare, nella scultura come nella pittura, entrambe dal codice figurativo o astratto.
Reduce da una fortunata personale in Argentina -Il desiderio dei colori, al Centro Cultural Borges a Buenos Aires- anche negli spazi della Galleria Bonomo esibisce l’abilità nel manipolare materiali differenti come la creta, i legni nelle diverse essenze e il ferro, ravvivati da acrilici, oli e smalti. Nella galleria barese dialogano tra loro tre installazioni -assemblaggi di opere più o meno recenti-, tre microstorie che sanno di libertà e fantasia e introducono il visitatore nella trasposizione tridimensionale e concreta di un immaginario metafisico.
Il celeberrimo e accattivante Pinguino in analisi disteso su un lettino, più che un essere antropomorfo, è un originale e poetico oggetto d’arredo senza tempo, come la scrivania che gli fa da contraltare. Intanto, poco più in là, lo Scimpanzè in gabbia vive la sua cattività in un allegro ambiente postmoderno, incarnando una curiosità naif per nulla addomesticata. Le cellule chimere riproducono, ingigantiti, anomali vetrini scientifici ricomposti in un arazzo parietale dal colore loquace, racchiuso anche nei già noti Sampietrini -tasselli in ceramica e smalti vetrosi, piccoli cubi di 12 cm per lato- ispirati all’antica pavimentazione romana.
Potremmo definirlo un cantastorie del colore, Dellerba: con le teorie di animali “realizzati a memoria” aveva, nel 2004, animato un variopinto zoo, dove il soggetto veniva fagocitato dalle variazioni cromatiche. Non più animali ma “colori che camminano l’uno dietro l’altro…”. Colori che –per il critico Giorgio Guglielmino- nelle opere su carta “non sono pigmenti puri, non hanno nulla dell’astrazione concettuale ma hanno vita propria come idoli di una religione animista. Hanno odori forti, sanno di sudore, di caldo, di salsedine”. Un esasperato cromatismo che a Bari ritorna nelle gigantografie di uccelli, trattate con pastelli cretosi: tema che si riallaccia alle Migrazioni fine anni ‘90, composizioni ispirate a viaggi immaginari verso l’Africa, giocate su un sinuoso cloisonnisme dalle tonalità calde.

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