Lettera a Don Milani (sesta parte)

don Milani 2

 

Scopro che nella tua esuberante vivacità analizzi spietatamente anche la “vita di un vescovo” e ne metti a nudo le difficoltà perché racchiuso in un bozzolo di sacralità che lo allontana dalla concreta vita della gente: “La vita di un vescovo! Io ne so poco, ma me la posso immaginare perché conosco qualche sacerdote importante, qualche militare e qualche grosso primario d’ospedale. Parallelo al crescendo d’importanza un crescendo di isolamento. In presenza di lui i giudizi andavan diventando ogni giorno più prudenti e più chiusi. Per esempio chi pensava che il papa facesse a meno della Confindustria, lo diceva con schermo impertinente al povero seminarista indifeso. Lo diceva in forma già più attenuata e indiretta al giovane cappellano. Lo diceva solo da lontano al parroco di campagna, padre ancora abbordabile, ma già autorevole personaggio. Non lo diceva per nulla a monsignor parroco di città, amico di un mucchio di persone influenti e molto più potente egli stesso che non il collocatore comunale. Non lo dirà mai al suo vescovo che viene in visita una volta ogni cinque anni e che si può vedere solo dopo molta anticamera in una sala imponente. Imponente lui stesso per età, per carica, per grazia. E allora quando quel vescovo passando per le strade vede sui muri scritte irrispettose per il papa (ma le vede?), non ha elementi per giudicare se siano opera di mestatori estranei o se siano invece intima convinzione di tanti e che hanno avuto esca in errori nostri di cui bisogna correggerci. Il vescovo che organizza una manifestazione mariana con elicotteri, non ha modo di valutare se questa forma di devozione sdegna o commuove. Va in visita e non incontra che cattolici o comunisti camuffati da cattolici. Gente comunque che non lo critica, che non si permette di insegnargli nulla. Lo dico senza malanimo, siamo tutti eguali. Anch’io faccio così nove volte su dieci. Non vien voglia di dire al vescovo ciò che si pensa. E’ più comodo trattarlo coi solo dorati guanti di menzogna che danno modo a lui e a noi di vivere senza seccature. Ed egli intanto cresce e matura e invecchia senza crescere né maturare né invecchiare. Passa per il mondo senza toccarlo: Non abbastanza alto per essere illuminato dal Cielo. Non abbastanza basso per insozzarsi la veste e imparare qualcosa. Fa errori puerili, s’intende di tutto, giudica la storia, la politica, l’economia, le vertenze sindacali, il popolo con la beata incoscienza di un infante, con l’innocente pretenziosità del generale di armata o del contadino di montagna. E’ appunto come il generale di armata o come il contadino di montagna, un uomo cui nessuno fa scuola. Un infelice. E tanto più è un infelice per il fatto che nel frattempo perfino i laici cattolici hanno aperto un po’ gli occhi. E come è tragico e ingiusto che il pastore sia rimasto indietro alle pecore! E come potremo non reagire a questo fatto assurdo? Il rispetto? Tacere non è rispetto. E’ dare una spallucciata dopo aver visto degli infelici che non sanno vivere, gente in mare che non sa nuotare. Disinteressarsi del prossimo è egoismo. Disinteressarsi dell’educazione di fratelli che hanno in mano tanta parte del bene della Chiesa è disinteressarsi della Chiesa! Meglio essere irrispettosi che indifferenti davanti a un fatto così serio”.

Dopo aver parlato delle difficoltà dei vescovi chiusi nel loro aureo isolamento e averli criticati con parresia evangelica, tu trascorri a parlare provocatoriamente della loro «educazione»: “Ma torniamo all’educazione dei vescovi. Dopo la critica la miglior forma di educazione che possiamo dar loro è di informarli. Le informazioni ad un vescovo da dove credi che arrivino? Credi che abbia un apposito servizio di telescriventi che lo collega col Vaticano e in Vaticano con il mondo intero? Non l’ha. Oppure credi che abbia un filo di comunicazione diretta con lo Spirito Santo? Non l’ha neanche il Papa. Lo Spirito lo assiste, ma non l’informa. Te lo immagini lo Spirito in concorrenza con l’ANSA? I fatti dunque di cronaca e di storia il vescovo li sente raccontare, li legge sui giornali, li ascolta alla radio. Creature sono, creature fallibili, spesso creature maliziose quelle che giorno per giorno hanno l’onore di formare il pensiero del vescovo. Che orrore! E noi bisogna star zitti? Perché noi zitti? Son più bellini quegli altri? Per rispetto anche questo. E che rispetto è mai quello di vedere il nostro padre ingannato ogni giorno, menato per il naso dai padroni della stampa e del mondo e star lì in umile silenzio e lasciar fare?”.

Adesso sali in cattedra e dai la tua lezione di deontologia professionale a chi opera nella comunicazione e calchi la mano proprio prendendo spunto dal caso del card. Ruffini che diventa emblematico di cattiva informazione: “Quando si sente il cardinal Ruffini lodare il regime spagnolo verrebbe voglia di dirgli che un dittatore sanguinario o un governatore incapace fa più male alla Chiesa quando la protegge che quando la combatte. Ma invece non ci deve essere bisogno di dire queste cose al cardinale. I principi li sa, il Vangelo lo conosce: non è di idee giuste che occorre rifornirlo. Le avrebbe inventate da sé senza che nessuno gliele avesse suggerite se solo avesse visto certi fatti. Oppure se li avesse saputi con tanta precisione e insistenza come se li avesse visti. Di fronte al bisogno ogni uomo diventa inventore come Robinson nell’isola. E il bisogno di una soluzione ideologica soddisfacente lo crea il cuore quando ha visto la sofferenza. Un cardinale (fino a prova contraria) lo presumi in buona fede, onesto, buono e inorridito dal sangue. Se la sua mente non cerca quali siano gli errori di fondo del regime spagnolo è segno che i suoi occhi non erano presenti a qualcuno di quei fatti disumani che visti da vicino bastano a schierare il cuore per sempre. Nell’austero silenzio della biblioteca di un convento domenicano dove non entra né pianto di sposa, né allegria di bambini si può disquisire sulla liceità della pena di morte,sui diritti del principe e sulla preminenza del bene comune. Ma nel cortile di un carcere spagnolo quando il forte, il vincitore uccide il debole, il vinto, quando solo a guardarla in viso la vittima si rivela non un comune delinquente ma creatura alta che ha preposto il bene del suo prossimo al proprio tornaconto. Oppure fuori dai cancelli dove l’urlo di madri, spose, figlioli trasforma anche il comune delinquente in figlio, marito, babbo, in qualche cosa che vorremmo far vivere e non morire, allora le conclusioni di biblioteca si vorrebbero tornassero in altro modo, allora si ritorna sui testi con un altro desiderio in cuore e nel giro di un’ora il meccanismo dei sillogismi ha bell’e sfornato la soluzione giusta. Questo saprebbe fare anzi correrebbe a fare anche il cardinal Ruffini, ne son sicuro. Ma il cardinale, nel cortile del carcere di Barcellona nel giorno del Congresso Eucaristico non c’era. E non c’era neanche l’inviato speciale del muro di carta che lo circonda. L’inviato era a pochi passi più in là in quella stessa Barcellona, in quello stesso giorno. Era a fotografare il generale Franco genuflesso su un faldistorio di velluto rosso dinanzi a 100.000 fedeli sudditi, mentre leggeva la consacrazione della Spagna al S. Cuore. La fotografia del pio re-sacerdote genuflesso era lì grande, immensa sul muro di carta che circonda il cardinal Ruffini E non c’era nessuno di noi lì accanto ad aprirgli uno sbrano nel muro di carta dove fosse scritto almeno grande quanto l’altra notizia: “Il generale Franco non ha ascoltato neanche il telegramma del Papa per gli undici sindacalisti di Barcellona e li ha uccisi a sfida nel giorno stesso del Congresso”.

La tua vivacità intellettuale mette a confronto il diverso modo di dare la stessa notizia da parte del quotidiano “Giornale del Mattino” e da parte del settimanale francese “Témoignage Chrétien”: “Sono abbonato al “Giornale del Mattino”. Sono abbonato anche a un settimanale cattolico francese. Se non avessi avuto il secondo non mi sarei mai accorto sul primo di quel che fa la polizia francese. Non che la notizia non ci fosse, ma era riportata di rado e non in vista e in forma dubitativa e senza particolari. Quanto basta per non accorgersene. Oppure accorgersene ma non dargli il suo posto. Accorgersene ma non schierarsi. Sul giornale cattolico francese la stessa notizia è martellata, ogni settimana a tutta pagina e spesso si sente anche la testimonianza diretta dei torturati. E non solo le cose dolorose, ma anche quelle volgari: “Enculer il torturato, pisciargli in faccia, fargli assaggiare la merde française, passargli l’alta tensione pei coglioni, ecc. (“Témoignage chretien” del 26.6.1959, pag. 3 e pag. 5). Quattro frasi che non leggeremo mai su un giornale cattolico italiano. C’è chi se ne rallegra perché le trova sconce. Io invece sento la gran tristezza nell’appartenere a una Chiesa sui cui giornali le cose non hanno mai il loro nome. Il galateo, legge mondana, è stato eretto a legge morale nella Chiesa di Cristo. Chi dice coglioni va all’inferno. Chi invece non lo dice ma ci mette un elettrodo, chi non lo dice ma non persegue i poliziotti che si macchiano di queste atrocità e persegue invece il libro che testimonia queste cose (“La Gangrène”, Editions de Minuit, 1959), viene in visita in Italia e il galateo vuole che lo si accolga col sorriso. Il presidente Leone ha rimproverato un deputato: “Non mi sembra opportuno dir male di uno Stato proprio quando il suo capo si trova in questa stessa città” (seduta del 23.6.1959). E a me invece non sembra opportuno stringer la mano a De Gaulle senza avergli detto questa cosa in faccia. Avrei paura che il figlio di un torturato vedesse sui giornali la mia fotografia accanto a De Gaulle e magari nell’atto della stretta di mano col sorriso ebete, beato delle fotografie ufficiali. Avrei il terrore che egli si stampasse il mio viso negli occhi per riconoscermi il giorno in cui per caso mi vedesse su un pulpito in una chiesa missionaria d’Africa”. (Continua...)

Sac. PASQUALE PIRULLI