Venerdì 25 Settembre 2020
   
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Lettera a Don Lorenzo Milani (settima parte)

don milani

 

Te la prendi con il galateo dei giornali cattolici italiani: «Il galateo dei giornali cattolici italiani in un articolo come questo toglierebbe i nomi di cardinali e vescovi, toglierebbe i dati esatti sul treno Roma-Ancona, toglierebbe i particolari sulla tortura parigina, toglierebbe tutto ciò che convince e si imprime. E ci defrauderebbe anche della frase di quel musulmano torturato: “Avevo sentito dire che quel genere di tortura rende impotenti e il pensiero che avevo già un bambino mi riconfortava”. Che irresistibile moto di solidarietà totale nasce quando s’è letto queste parole! Che uomo grande quello! Che grande civiltà, e che civiltà spirituale deve avere dietro di sé per poter esprimere questo pensiero durante la tortura invece che pensieri di odio».

Tu esprimi la tua solidarietà agli algerini del Fronte di Liberazione continuando: «E come questa civiltà non avrà diritto ad autogovernarsi? E come son piccini quegli altri. Piccoli e volgari oltre che feroci. E che terrore che essi siano non l’eccezione casuale, ma il segno di una civiltà in disfacimento. E come fa paura il pensiero che essi non sono soli dato che il loro governo “cattolico” si rifiuta di indagare, dato che ha anzi espressamente abolito nella nuova Costituzione il limite di tempo entro il quale la polizia deve consegnare un prigioniero al magistrato! Il cuore si schiera irresistibilmente».

Hai modo di insistere su questa lezione della stampa a servizio della verità, che si può capire solo se si tiene presente la tua viscerale passione per la scuola. In questa lezione di morale giornalistica c’è non solo il tuo sviscerato amore per la Chiesa e per i vescovi i cui occhi sono ottenebrati dalle “fette di prosciutto” dei giornali ma anche per la giustizia sociale in nome della libertà dei popoli più poveri, che tu scopri servendo i contadini di Barbiana: «Ecco quel che può fare la stampa col solo scegliere le cose da raccontare oppure col solo modo di raccontarle. E bada che non si tratta di uno schieramento sentimentale che debba per forza concretarsi in uno schieramento politico con l’Algeria contro la Francia. Non è trovare subito una soluzione o ignorare alcune ragioni che possono avere solo i francesi in Algeria. È solo un avere presente al cuore la realtà nella sua interezza e concretezza. Questa è anticamera necessaria d’uno schieramento razionale onesto. Ed è questo che i nostri giornali defraudano a noi e al nostro vescovo. E il danno è immenso perché la maggioranza di noi (vescovi compresi) siamo abituati come le donne a ragionare più col cuore che col cervello. E le informazioni vanno sì alla memoria, ma passando per il cuore e passando lo formano se sono equilibrate. Lo deformano se sono unilaterali in mille modi che la mente non sa più controllare».

Dopo aver chiosato da par tuo le notizie circa Barcellona (Franco) e Parigi (De Gaulle) ti soffermi ai fatti di casa nostra muovi la critica più spietata alle comunicazioni che la stampa cattolica dà sulle vertenze sindacali che scuotono il mondo del lavoro: «E se invece di Barcellona e di Parigi avessi pescato esempi in campo sindacale italiano, quanto poco mi ci sarebbe voluto a dimostrare che i giornali cattolici ignorano quel mondo o lo relegano nell’ultimo cantuccio o addirittura ne falsano maliziosamente i valori? Un volgare matrimonio di principi ha avuto tutta la pagina per settimane (e senza critiche), erano le stesse settimane in cui i giornali cattolici o ignoravano la gravità delle vertenze che erano accese in quel momento o peggio si univano incoscienti al coro della stampa “indipendente” per mettere in evidenza solo qualche disagio contingente che quegli scioperi provocavano invece di studiarne la sostanza. Sostanza di gran peso se aveva posto in agitazione due milioni di lavoratori italiani appartenenti a tutte le organizzazioni sindacali e con la CISL in testa. Il fatto che due milioni di lavoratori (cattolici compresi e non ultimi) hanno sacrificato generosamente settimane di salari e rischiato e subito rappresaglie per avere esercitato un loro preciso diritto costituzionale non è fatto talmente serio da meritare la prima pagina nel giornale cattolico e nel cuore del vescovo? Ma non l’ha avuta e se il vescovo non va a cercarla apposta relegata nel cantuccio sindacale non trova la documentata risposta di Storti alle banali accuse della grande stampa contro la CISL. Gli succede quel che gli è successo a Barcellona e Parigi».

Chiudi il tuo documentato articolo prendendotela con i giornalisti “lecchini” del potere industriale: «Per le notizie di lontano spesso siamo stati ingannati anche noi come lui. Per le notizie vicino (per esempio queste ultime) spesso, troppo spesso, s’è visto ciò che lui non poteva vedere e siamo stati zitti. E ora è colpa nostra se il cuore del nostro vescovo è guidato coi fili dai giornalisti? Dai giornalisti il cui cuore a sua volta è guidato coi fili da chi? Lo sappiamo purtroppo e viene fatto di rabbrividire. È una catena di responsabilità “irresponsabili” che aggroviglia tutto e disonora in conclusione noi, la nostra gerarchia, la nostra Chiesa. E poi c’è la figura patetica di quell’uomo prigioniero nell’informazione reticente e nell’ossequio vile. E fa pietà non solo per i cristiani e per i lontani che egli ha ingiustamente disorientato, ma anche per lui stesso. Un prigioniero bisogna aiutarlo a liberarlo e tanto più quando è prigioniero il nostro padre. Se non gli sbraneremo il muro di carta e non gli dissolveremo il muro di incenso, Dio non ne chiederà conto a lui ma a noi. Ci toccherà rispondergli di sequestro di persona. Dopo tutto quel che abbiamo patito in questo mondo ci ritroveremo nell’altro becchi e bastonati. Lorenzo Milani».

Sia tu che il tuo amico D. Bruno Borghi vi siete trovati in difficoltà nei rapporti con la curia diocesana di Firenze. Quello che cercavate perché semplicemente “preti” era il dialogo, il dialogo di cui la Chiesa dava prova a livello più alto non solo attraverso il rivoluzionario Concilio voluto da papa Giovanni XXIII per dialogare con il mondo contemporaneo, ma anche a livello di chiesa locale. Avete cozzato contro il muro e siete rimasti con i vostri ideali: d. Bruno con i suoi operai scegliendo di fare il “prete operaio” e tu con i tuoi ragazzi scegliendo di fare “il maestro”.

 

5 - Il 19 marzo 1962 diventa arcivescovo di Firenze mons. Ermenegildo Florit che si era allineato sulla linea del card. Alfredo Ottaviani, il potente “maresciallo di Santa Romana Chiesa” che regnava dal suo ufficio di segretario della Congregazione del Sant’Uffizio. Il nuovo arcivescovo intende ristabilire la tradizionale disciplina ecclesiastica imperniata sull’autoritarismo. Aveva lasciato il seminario maggiore di Cestello l’equilibrato mons. Enrico Bartoletti perché eletto vescovo di Lucca, e gli era succeduto Mons. Gino Bonanni che ti aveva accolto nella sua parrocchia di Montespertoli subito dopo la tua ordinazione sacerdotale. Purtroppo la volontà dispotica del card. Florit, forse già esasperato dal problema scatenato dall’ordine del giorno dei Cappellani in congedo della Toscana e dalla presa di posizione di P. Ernesto Balducci che dà l’avvio alla discussione pubblica sull’obiezione di coscienza, decide di dimetterlo senza alcun motivo.

Tu ne avevi accennato durante la conferenza tenuta da Jean Gross il 17 novembre 1962 tanto da suscitare la rimostranza di D. Luigi Stefani, ex cappellano militare il quale ti aveva invitato: “I panni sporchi si lavano in famiglia” e tu avevi reagito con vivacità: “No, no, qui si fa il contrario: i panni sporchi si lavano in pubblico… C’è un comandamento, ricordati, che impone di non dire falsa testimonianza: io non sono qui per fare réclame alla ditta!”. Non potevi dimenticare che anche il santo sindaco Giorgio La Pira aveva fatto visionare il film di Autant-Lara “Non uccidere” attirandosi le critiche della Civiltà Cattolica e il processo dinanzi al tribunale di Firenze: nel gennaio 1964 La Pira sarà assolto “perché il fatto non costituisce reato”. Il sindaco di Calenzano ti invita a una tavola rotonda sulla scuola e il vicario generale dell’arcidiocesi mons. Giovanni Bianchi ti blocca con un perentorio telegramma: “Pregoti sospendere tua partecipazione convegno di Calenzano ritenuta qui inopportuna”.

Hai la tentazione di entrare in sciopero e l’11 aprile 1963 ti sfoghi con la tua mamma: «… Il telegramma è un episodio insignificante e si differenzia dai molti altri che lo hanno preceduto solo per essere la famosa goccia. D’altra parte che sia importante o no importa poco. Il fatto è che mi ci sono impuntato così come potevo impuntarmi anche a un qualsiasi altro dei fatti precedenti. E ora non interrompo lo sciopero finché non hanno chiarita tuta la situazione dal principio fino ad oggi. Più aspettano e più tergiversano e più chiederò. Ricordo bene che quando arrivò la nomina a Barbiana, parrocchia di cui era già stata la soppressione (senza popolo né servizi di sorta), te li definisti con molta esattezza dei sadici. Io ci sono stato e ci sto volentieri, nonostante che il conservarmi parroco di 55 anime suoni quotidiano insulto alla mia onorabilità d’uomo, di cattolico e di sacerdote, a patto che ogni più piccola cosa che chiedo mi venga subito concessa con deferenti segni d’onore. In questo quadro il telegramma famoso che per un altro prete può significare assolutamente nulla, cioè un normale diritto della Curia, nel mio caso acquista tutt’altro significato. Del resto la mia iniziativa bellica sembra ormai in armonia coi tempi. [...] Ora che sono un superato perfino dalla maggioranza dei Padri Conciliari voglio segni di onore e no dispettini». (Lettera alla mamma n. 139) (Continua...)

Sac. PASQUALE PIRULLI

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