Lunedì 18 Giugno 2018
   
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LETTERA A D. LORENZO MILANI – BARBIANA (FI) (nona parte)

Don_Milani

 

 

Dinanzi alla prospettiva ipotizzata di un trasferimento in una parrocchia più grande tu confidi al tuo amico D. Auro Giubbolini: “Non ci sarei andato. Io voglio morire a Barbiana. Avrei solo messo la lettera di nomina in cornice per dimostrare ai miei parrocchiani di non essere il rifiuto della Curia Fiorentina”.

In data 1° ottobre 1964 con il tuo amico “prete operaio” D. Bruno Borghi, prendendo spunto dal caso D. Gino Bonanni, rimosso dall’ufficio di rettore del Seminario Maggiore di Cestello, indirizzate ai sacerdoti della diocesi di Firenze e per conoscenza all’arcivescovo una “cordiale” lettera intesa a provocare finalmente un dialogo. Ti lamenti che non c’è stato dialogo nel caso Bonanni come non c’è stato nessun confronto  sul caso Balducci, perché lo scolopio si era detto pubblicamente favorevole all’obiezione di coscienza e nessun dialogo c’è stato con l’arcivescovo in una programmata riunione preconciliare. Il richiamo è quanto mai deciso: “A Firenze un anello manca certamente: il dialogo tra il Vescovo e i parroci e questo proprio nel momento in cui maturava l’esigenza del dialogo coi lontani: comunisti, ebrei, protestanti. Abbiamo da parlare con tutti e non parliamo al Vescovo e il Vescovo non parla a noi! Il 90 % dei Vescovi e due Papi hanno scelto la via dell’apertura e del dialogo. E’ l’ora di svegliarsi e d’accorgersi che la Chiesa fiorentina col suo muro tra Vescovi e preti è ormai al margine della Chiesa Cattolica. Ma è anche al margine del mondo d’oggi”. Con chiarezza tu a D. Bruno nel vostro manifesto invitate l’arcivescovo al dialogo su tutti i problemi della diocesi di Firenze: “Veniamo al pratico: non scriviamo con l’intento di far recedere l’Arcivescovo dalla sua decisione sul Seminario. Quel che ci proponiamo è solo di creare una qualsiasi forma di dialogo tra noi e lui, un’usanza di parlargli, un nuovo stile di rapporto. Non è con i telegrammi di auguri, il regalo di una croce pettorale e le genuflessioni che si mostra l’amore al Vescovo, ma piuttosto con la sincerità rispettosa, il rifiuto del pettegolezzo di sacrestia.  Perciò, prendendo spunto dal caso Bonanni, abbiamo pensato di proporre a tutti i sacerdoti fiorentini l’inizio in concreto del dialogo: chiediamo all’Arcivescovo che risparmi ai propri popoli lo scandalo di un assolutismo abbandonato anche dal Papa e perfino dai comunisti. Chiediamogli di parlare anche con noi dei motivi della sostituzione del Rettore. La nostra qualità di figli maggiorenni e di corresponsabili ce ne darebbe quasi un diritto. Ma non lo avanziamo. Lo chiediamo per piacere”.

Un atteggiamento “prudente” mantiene in questa circostanza D. Enzo Mazzi,colui che dopo sarà il contestatore della Chiesa di Firenze con la <<operazione dell’Isolotto>>, insieme ad altri tre sacerdoti: D. Sergio Gomiti, D. Danilo Franceschi e D. Giorgio Bianchi, scrivendo una “diplomatica” lettera all’arcivescovo nella quale dichiaravano di prendere le distanze da te e da D. Bruno: “… diciamo loro che se non possiamo in coscienza  aderire alla loro iniziativa, non è perché non sentiamo il bisogno di fare molti passi  verso l’approfondimento e la maturazione di un dialogo nella chiesa, ma perché l’aderire alla loro iniziativa, nelle forme concrete in cui la propongono, significherebbe avallare e assumere un atteggiamento che se dobbiamo cercare senz’altro di comprendere, al tempo stesso desideriamo vivamente superare”.  

La risposta del card. Florit è quanto mai autoritaria: “Per i due sacerdoti che in questi giorni, tanto avventatamente  e nella forma più inopportuna, hanno dato a me, loro vescovo, pubblico  motivo di sofferenza e alla comunità diocesana ragione di frattura e di dissenso, chiedo al Signore che non venga meno la loro fede. Tengo a rilevare che essi potranno ottenere da me, in ogni momento, le lettere di escardinazione e procurarsi così quella libertà e serenità che è da loro richiesta, scegliendosi una diocesi che sia in grado di corrispondere alle loro esigenze. Il vescovo non porrà alcun ostacolo alle loro eventuali decisioni”. (cf Lettera del card. Florit in Lettere, pp. 218-219) 

5.- Altro motivo di agitazione nel caotico ambiente fiorentino è costituito dalla polemica con i cappellani militari sul problema dell’obiezione di coscienza. Il caso vedrà coinvolti insieme a te P. Ernesto Balducci e l’amico D. Bruno Borghi.

Tu vieni a sapere che l’11 febbraio 1965 alcuni cappellani militari della Toscana (20 su 120) si sono riuniti presso l’Istituto della Sacra Famiglia  in via Lorenzo il Magnifico a Firenze e hanno votato un ordine del giorno proposto dal loro presidente D. Alberto Cambi: “I cappellani militari in congedo della regione toscana, nello spirito del recente congresso nazionale, della associazione, svoltosi a Napoli, tributano il loro reverente e fraterno omaggio a tutti caduti per l’Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale di Patria. Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà. L’assemblea ha avuto termine con una preghiera in suffragio per tutti i caduti”. La problematica dell’obiezione di coscienza si era aperta quando il 12 gennaio 1963 si dava notizia del processo contro l’obiettore di coscienza Giuseppe Gozzini e della sua condanna. D. Luigi Stefani, assistente diocesano della G. F. di A. C. era intervenuto con un corsivo sul giornale La Nazione:” Poiché il rifiuto di indossare la divisa militare non può essere giustificato in alcun modo da un vero cattolico, poiché tale assurdo gesto di disubbidienza alle leggi dello Stato è stato motivato da Giuseppe Gozzini con pretesi principi derivanti dalla morale cattolica, poiché il Gozzini si è professato socio di Azione Cattolica, sento il dover di dare alla stampa  alcune norme tratte dalla dottrina della Chiesa e dell’insegnamento pontificio, in modo che i giovani cattolici fiorentini non vengano tratti in errore da un gesto arbitrario, che mette il suo protagonista al di fuori delle norme di ubbidienza alle legittime autorità dello Stato e quindi contro i principi della morale cattolica”. Il giorno dopo sulle pagine del Giornale del Mattino c’era la replica di P. Ernesto Balducci, il quale faceva notare che on sempre le leggi di uno stato corrispondono a principi teologici-morali e che se prima aveva adottato la distinzione tra “guerra giusta” e “guerra ingiusta”, “Solo  in questi ultimi tempi, e cioè dopo l’invenzione delle armi nucleari, essa ha in maniera autorevole dichiarato che una guerra totale sarebbe inevitabilmente ingiusta. Il che significa che nel caso di una guerra totale i cattolici avrebbero non dico il diritto ma il dovere di disertare”. Perciò: “Mentre la Chiesa non ha niente da rimproverare a chi, non dandosi per il momento la circostanza di una guerra ingiusta, accetta di indossare la divisa, non ha niente da rimproverare a chi,secondo la propria coscienza, ritiene di assumersi il peso di testimoniare la sua volontà di pace rifiutando non già di servire la patria, ma di servirla indossando la divisa militare che è pur sempre una divisa di guerra…. Quando in nome della patria si spregiano gli scrupoli della coscienza, e si oltrepassano i superiori limiti fra il giusto e l’ingiusto, siamo già nel paganesimo. Motivo di più, questo, per avere un attimo di silenziosa ammirazione per coloro che a proprie spese testimoniano una assoluta volontà di pace”  (cf. Ernesto Balducci, La Chiesa e la Patria, in Giornale del mattino del 13 gennaio 1963) Dietro esposto di tre cittadini alla magistratura, il procuratore generale della Corte di Appello di Firenze avvia il processo contro P. Ernesto Balducci e Leonardo Pinzauti, direttore del Giornale del Mattino, per apologia di reato.. Assolti in prima istanza perché “il fatto non sussiste”essi sono condannati in appello a otto mesi di reclusione e la Corte di Cassazione nel giugno 1964 conferma la condanna.

 Dopo questi precedenti si spiega la tua reazione, insieme a quella del tuo amico D. Bruno Borghi, al comunicato dei cappellani militari. Tu avverti il contrasto con i tuoi confratelli e redigi la risposta <<Ai Cappellani Militari Toscani che hanno sottoscritto il comunicato dell’11. 2. 1965>> ben sapendo che, come scrivevi alla tua mamma: “Spero di tirarmi addosso tutte le grane possibili”. Il tuo manifesto iniziava così: “Da tempo avrei voluto invitare uno di voi a parlare ai miei ragazzi della vostra vita. Una vita che i ragazzi e io non capiamo. Avremmo però voluto fare uno sforzo per capire e soprattutto domandarvi come avete affrontato alcuni problemi pratici della vita militare. Non ho fatto in tempo ad organizzare questo incontro tra voi e la mia scuola. Io l’avrei voluto privato, ma ora che avete rotto il silenzio voi, e su un giornale, non posso fare a meno di farvi quelle stesse domande pubblicamente. Discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dell’altro. Gli uni son la mia patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto. Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre se le giustificherete alla luce del Vangelo e della Costituzione. Ma rispettate anche voi le idee degli altri. Soprattutto se son uomini che per le loro idee pagano di persona... Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza a ogni costo? E se l’ordine era il bombardamento dei civili, un’azione di rappresaglia s un villaggio inerme, l’esecuzione sommaria dei partigiani, l’uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l’esecuzione d’ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni (scegliere  a sorte qualche soldato della Patria e fucilarlo per incuter terrore negli altri soldati della Patria), una guerra di evidente aggressione, l’ordine d’un ufficiale ribelle al popolo sovrano, la repressione di manifestazioni popolari?

Eppure queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra. Quando vene sono capitate davanti agli occhi o avete mentito o avete taciuto. O volete farci credere che avete volta volta detto la verità in faccia ai vostri “superiori” sfidando la prigione o la morte? Se siete ancora vivi e graduati è segno che non avete mai obiettato a nulla. Del resto ce ne avete dato la prova mostrando nel vostro comunicato di non avere la più elementare nozione del concetto di obiezione di coscienza. Non potete non pronunciarvi sulla storia di ieri se volete essere, come dovete essere, le guide morali dei nostri soldati. Oltre a tutto la Patria, cioè noi, vi paghiamo o vi abbiamo pagato anche per questo. E se manteniamo a caro prezzo (1000 miliardi l’anno) l’esercito, è solo perché difenda colla Patria gli alti valori che questo concetto contiene: la sovranità popolare, la libertà, la giustizia. E allora (esperienza della storia alla mano) urgeva più che educaste i nostri soldati all’obiezione che all’obbedienza.

L’obiezione in questi 100 anni di storia l’han conosciuta troppo poco. L’obbedienza, per disgrazia loro e del mondo, l’han conosciuta anche troppo. (…) Era nel ’22 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l’esercito non la difese. Stette a aspettare gli ordini che non vennero. Se i suoi preti l’avessero educato a guidarsi con la Coscienza invece che con l’Obbedienza “cieca, pronta, assoluta” quanti mali sarebbero stati evitati alla Patria e al mondo (50.000.000 di morti). Così la Patria andò in mano a un pugno di criminali che violò ogni legge umana e divina e riempiendosi la bocca della parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo. In quei tragici anni quei sacerdoti che non avevano in mente e sulla bocca che la parola sacra “Patria”, quelli che di quella parola non avevano mai voluto approfondire il significato, quelli che parlavano come parlate voi, fecero un male immenso proprio alla Patria (e, sia detto incidentalmente, disonorano anche la Chiesa.

Se ci dite che avete scelto la missione di cappellani per assistere feriti e moribondi, possiamo rispettare la vostra idea. Perfino Gandhi da giovane l’ha fatto. Più maturo condannò duramente questo suo errore giovanile. Avete letto la sua vita?

Ma se ci dite che il rifiuto di difendere se stesso e i suoi secondo l’esempio e il comandamento del Signore è “estraneo al comandamento cristiano dell’amore” allora non sapete di che Spirito siete! Che lingua parlate? Come potremo intendervi se usate le parole senza pesarle? Se non volete onorare la sofferenza degli obiettori, almeno tacete!

Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate. Auspichiamo che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si son sacrificati per i sacri ideali di Giustizia, Libertà, Verità.

Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verità e l’errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima.

Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d’odio, si son sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro ideale umano”. (cf NEERA FALLACI, Dalla parte dell’ultimo – vita del prete Lorenzo Milani, Milano Libri Edizioni, Milano 1977, pp. 384-385)

 

                                                                       Sac. PASQUALE PIRULLI                             

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